DOVE NON HO MAI ABITATO


di Paolo Franchi
TRAMA

Torino. Francesca e Massimo, architetti di case che non riescono ad abitare, proprio come le loro vite. S’incontrano, forse l’amore.


RECENSIONI

La spettatrice era la promessa di un nuovo autore. Era la premessa di un cinema e di uno sguardo inconsueti ma che si sarebbero rivelati poi più irrisolti e contrastati in Nessuna qualità agli eroi e in E la chiamano estate, opere tanto audaci quanto involute, destinate ad accoglienza critica spesso dicotomica, bipartita tra il fascino di pochi e il rigetto di molti (con ricco corredo di derisioni e improperi festivalieri). Dove non ho mai abitato, invece, sembra quasi chiudere un cerchio, quasi a tornare più dalle parti del film d’esordio del regista, a una linearità e una pulizia che non sono metodica di racconto ma questione di stile. Un aspetto, questo, che s’accompagna e intreccia con un'altra caratteristica dei film di Paolo Franchi: quella di un cinema inattuale ma che esprime – e trattiene, disseziona – le emozioni del nostro tempo.
Dove non ho mai abitato mette a fuoco la vita nelle forme di un thriller dell’anima, nella congiunzione paradossale tra Douglas Sirk e Marco Bellocchio, il movimento è lento, una camminata molle, un paio di occhi che si sollevano timorosi quasi di essere guardati. Cosa è successo a questi esseri umani in interni borghesi che non riescono ad avere toni più accesi del grigio? Perfetto disegno di un architetto, pure linee, volumi inespressi di un rendering, parole al metronomo, azioni solfeggiate in due quarti, quattro quarti, come se la tempesta di un inverno vivaldiano, per dire, non debba mai arrivare. Eppure qualcosa arriva, come sospiro di vento che zeffira e poi si gonfia, ma sempre piano piano e poi, solo poi, fortissimo. Francesca e Massimo (Emmanuelle Devos e Fabrizio Gifuni) sono rette parallele, progetti tracciati su due fogli diversi, mai diventati abitazioni calde, accoglienti e reali. Ugualmente, ma per ragioni diverse. Lei che ha sacrificato il talento vent’anni fa rifugiandosi in un matrimonio parigino con un uomo facoltoso (Hippolyte Girardot); Massimo che i rapporti non sa saldarli in legami, come dimostrano la sua storia con Sandra (Isabella Briganti) o l’inaspettato incontro in ascensore con Laura (Valentina Cervi). Il punto focale, d’incontro, lo tiene al centro di questa stanza narrativa Manfredi (ispido, perfetto Giulio Brogi), quasi un principe; è padre della donna e mentore dell’uomo, è lui che determina l’occasione, machiavellicamente: le due anime possono combaciare. Ha ragione, e accade. Il tempo, la scansione delle lancette dell’interesse che si fa desiderio, del desiderio che si fa possibilità e poi sostanza di umori invisibili, lontani, soppalcati, è mirabile. Franchi non sbaglia mai, anche quando tutto sembra messa in scena in una casa di vetro, eppure vibra di frustante realtà, è questa la sua vittoria.

Le due anime possono combaciare ma non salvarsi, anche qui l’autore svetta, anche qui le musiche di Pino Donaggio sono forma e sostanza. D’un teatro umano di detti e non detti, di dialoghi alieni, di una tensione tra corpi ostruita mentre una giovane coppia di sposi (Fausto Cabra e Giulia Michelini) si fa inconsapevole e utopica proiezione. È complessa ma intellegibile ricognizione e teoria degli affetti ed effetti contemporanei, quella di Franchi, esplorazione cromatica e musicale di due unità che si vorrebbero insieme ma non possono. L’aereo notturno che dalla Francia porta Francesca in Italia, in apertura di film, consegna già tutta la malinconia a venire di quest’opera. Lo svolgimento è geografia del sentimento, di superfici e abissi, di spazi e movimenti, veri o presunti, discorso di un cineasta non riconciliato ma finalmente più intimo, più vicino, osservativo e tellurico al contempo. E forse sperimentatore e “classico” come mai prima nello stesso punto, anche lui protagonista di un cinema che mai aveva abitato così.

Leonardo Gregorio
Voto: 8
  
(24/10/2017)




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