L'ALTRA META' DELLA STORIA

(The Sense of an Ending )

di Ritesh Batra
TRAMA

Il settantenne Tony Webster riceve una lettera da uno studio notarile che l'informa che la madre di Veronica, una sua fiamma dei tempi del liceo, gli ha lasciato un diario in eredità. Il lascito è ora nelle mani della donna. Il passato torna ad affacciarsi nella vita dell'uomo.


RECENSIONI

Questo è il classico film che mi pone di fronte al dilemma se giudicarlo in sé, o anche tenendo in considerazione il romanzo dal quale è tratto. Perché se Il senso di una fine è una novella in cui l’autore (Julian Barnes) teorizza sull’ambivalenza del raccontare, è proprio sul tentativo di rendere questa riflessione che si basa l’adattamento del giovane drammaturgo Nick Payne.
Quello di Julian Barnes è un teorema letterario [1], un romanzo a chiave sulla memoria e sulla fabbricazione delle storie e della Storia («La nostra vita non è la nostra vita, ma solo la storia che ne abbiamo raccontato. Agli altri, ma soprattutto a noi stessi») che afferma, tra le righe, il potere del romanziere sul lettore: chi racconta (l’autore e il personaggio) vincola chi legge o chi ascolta alla sua versione. Ma accanto all’inevitabile inattendibilità di ciò che si dice, c’è un ambito dai confini incerti costituito da ciò che si omette. «Quando si è giovani ci si inventa diversi futuri per se stessi, quando si invecchia ci si inventa il passato» si legge nel romanzo.
L’uso della prima persona nella novella fa sì che sia implicitamente Julian Barnes stesso (dietro la maschera della memoria selettiva del suo protagonista) ad affermare il suo potere di avviare chi legge verso una certa strada, fargli maturare determinate convinzioni per poi smentirle e, attraverso allusioni, sottintendere che la verità risieda altrove.
L’aspetto teorico è talmente rilevante da far apparire la vicenda narrata puramente pretestuosa, plasmata ad hoc per rendere i termini della tesi. Questo fa del libro un meccanismo asettico, un freddo calcolo che, nella sua crudele premeditazione ha peraltro la sua caratteristica più originale.

[1] Non privo di elementi autoreferenziali (come avverrà anche per il successivo Livelli di vita) dal momento che, nell’impianto finzionale, Barnes inseriva molti riferimenti alla sua vita e al suo contrastato rapporto di amicizia con lo scrittore Martin Amis al quale scrisse, come fa il suo protagonista, una lettera velenosissima (Amis, da parte sua, in uno dei suoi romanzi più belli, L’informazione, aveva messo in scena la loro rivalità ridicolizzando la figura di Barnes, ritratto come uno scrittore di successo, ma mediocre).

Il film cerca di restituire questa peculiarità attraverso un rimbalzo continuo tra presente e passato e, per rendere la questione centrale dell’inaffidabilità del racconto, porta il protagonista a esporre i fatti della sua giovinezza all’ex moglie. Quest’ultima, conoscendo bene la sua reticenza, funge da elemento critico che da un lato tende a scavare (proprio laddove Tony sorvola), dall’altro a dubitare di quanto viene affermato. Così a un certo punto le strade del racconto verbale e quelle del racconto visivo si separano e una bugia (il mancato amplesso con Veronica) è smentita dal flashback, mentre il senso della fine - e dell’intero racconto -, come nel romanzo, è affidato a un’allusione e lascia il campo aperto a un paio di ipotesi (anche se il film sembra avallarne in particolare una). Sì, perché il nodo dell’opera di Barnes stava proprio nel non risolvere l’equivoca vicenda, nel frustrare la sete di verità del lettore e nel lasciare sospeso ogni interrogativo, dando sì alcune possibili soluzioni, ma non certificandone nessuna.

Peccato che il gioco di composizione del passato, operato attraverso il tentativo del protagonista di disinnescare le rimozioni, colmare le lacune dei ricordi e di guardare in faccia un senso di colpa legato alla morte dell’amico - rivale, non riesca a rendere il misto di ombre e luci (soprattutto ombre) del congegno a orologeria di Barnes, quel senso di avvicinamento continuo a una verità che quasi capricciosamente continua a sfuggire.
Una materia così delicata richiedeva una più profonda meditazione del sottotesto teorico e una reinvenzione più ardita del convenzionale rispecchiarsi delle due epoche - previsto da uno sceneggiatore fin troppo puntuale nel sottolineare il dubbio - compitamente messo in immagini dal regista Ritesh Batra: un Harold Pinter della più bell’acqua, ad esempio, avrebbe saputo far suonare a dovere tutte le note ambigue che la partitura barnesiana conteneva. O, tra i viventi, un David Hare (non parlava, tra le righe, della stessa cosa anche Il mistero di Wetherby?) .
Intendiamoci, L’altra metà della storia ha una confezione decorosa e il solito cast impeccabile di marca britannica, quello che manca è quella forte scelta di campo nella scrittura che un tema del genere avrebbe richiesto, limitandosi il film ad appiattirsi sui meccanismi più ovvi della vicenda, puntando tutto sul twist finale.

Ci si rammarica, infine, che la distribuzione italiana sia arretrata di fronte alla possibilità di proporre il bellissimo titolo originale - che sarebbe stato riconoscibile anche per i tanti lettori del romanzo - e si sia rifugiata in una titolazione anonima che dubito suoni più appetibile.

Luca Pacilio
Voto: 5
  
(17/10/2017)




Di NicolaGregorioPacilio
5 5.5 5

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