FOXTROT

(Foxtrot )

di Samuel Maoz
TRAMA

Michael e sua moglie Dafna sono distrutti quando degli ufficiali dell’esercito si presentano per informarli della morte del figlio Jonathan. Michael diventa presto insofferente alla presenza di parenti addolorati troppo assillanti e funzionari militari troppo zelanti. Mentre la moglie riposa sotto sedativi, Michael viene travolto da un vortice di rabbia e dolore per poi dover fare i conti con una di quelle svolte del destino tanto incomprensibili quanto le surreali esperienze militari del figlio.


RECENSIONI

Foxtrot, secondo lungometraggio di finzione per il regista israeliano Samuel Maoz dopo Lebanon, comincia con una soggettiva dal finestrino di un camion, in movimento, nel deserto. Una scena che genera ansia, che comunica dinamismo, ma che dobbiamo accantonare, dobbiamo attendere prima di poter cogliere, forse, il suo significato all'interno della narrazione. La scena si sposta ora in casa della famiglia Feldmann, dove vivono due coniugi anziani appartenenti a un ceto intellettuale medio-alto. Suona alla porta una delegazione dell'esercito giunta per notificare loro l'avvenuta morte del figlio militare sul campo di battaglia. La tragedia israeliana, di un popolo in guerra perenne, di uno stato che chiede ai suoi figli di immolarsi per la patria, anche a chi è contrario, anche a chi preferirebbe soluzioni diplomatiche. Il dramma di Michael e Dafna è quello di una nazione, un dramma paradigmatico, quello di una società di stampo occidentale benestante dove la morte incombe tra attentati e atti militari, quello che è stato vissuto da tanti genitori, tra cui anche lo scrittore pacifista David Grossman. Samuel Maoz ce lo sbatte in faccia, nella sua crudezza. Ma anche con un certo sarcasmo di fronte alle procedure formali dei militari, ai loro protocolli ferrei, a quella frase ipocrita continuamente ripetuta, come fosse un palliativo o un qualcosa di cui andare orgogliosi: "È caduto nell'adempimento del suo dovere". Formula che presuppone anche un'omertà nel rivelare le cause reali del decesso. Maoz gioca qui e altrove nel film sul fuori campo e sul predominio della staticità. Non vediamo il cadavere, ma anche ai genitori questa visione è preclusa e anche il funerale resterà in un'elissi.

La scena ora si sposta in un checkpoint dell'esercito in mezzo al deserto. Una truppa sperduta di soldati israeliani, svolge le sue mansioni di routine in questa terra di nessuno, unico avamposto di una lontana civiltà riconoscibile dal poster pubblicitario sbiadito e consunto sul camiocino di una bella ragazza che mangia il gelato, sogno di un qualcosa che è precluso a questi giovani, che non possono assaporare. Rappresentano un puntino in un paesaggio lunare desolato, che si estende all'orizzonte. Sono come reclusi in quella tana, dormono in un container dal pavimento inclinato che sprofonda nel fango. Ogni veicolo che devono controllare potrebbe essere un potenziale carico di terroristi ed esplosivo, ma in realtà si trovano a far alzare la sbarra più che altro a degli innocui dromedari. Qui Maoz vuole far scivolare il film nell'astrazione. Siamo dalle parti del teatro dell'assurdo, con i personaggi che aspettano qualcosa che non arriva mai. Siamo anche vicini al film No Man's Land di Danis Tanović, nel raccontare una situazione bellica di stallo. E in questo senso si giustica anche quel repentino cambio di registro, della danza dei soldati in mezzo al deserto. Surreale sarà anche quel passaggio dei ragazzi carini, ben vestiti, che si sbaciucchiano. Cosa ci fanno in mezzo al deserto? Ora  Samuel Maoz mette in scena un'altra situazione di drammatica attualità, quella del cosiddetto fuoco amico o come quella per intenderci che costò la vita a Nicola Calipari. Siamo all'interno di una guerra silenziosa, psicologica di nervi. I fili narrativi si ricollegheranno alla fine del film, ma rimarranno ancora dubbi e interrogativi.
Samuel Maoz confeziona un'opera che, nelle sue singole parti, potrebbe anche risultare interessante e visivamente intrigante. Ma la ricerca estetica, peraltro modesta, c'è tanto già visto, e la composizione narrativa a incastro non si amalgamano con l'intento di esprimere il dolore e l'inquietudine del popolo israeliano. Un film diretto semplice con una narrativa tradizionale e popolare risulterebbe più efficace in questo senso, ricordiamoci del cinema di Costa-Gavras. E ancor più maldestro il voler ammantare il tutto con la veste della tragedia classica. Se i classici, greci, latini, Shakespeare sono ancora attualissimi, è perché hanno saputo elevarsi dai loro contesti per creare situazioni e personaggi universali, per funzionare per archetipi. E questo con Foxtrot proprio non funziona.

Giampiero Raganelli
Voto: 5
  
(11/10/2017)




BertozziCatenacciDi NicolaPacilioRaganelli
7.5 5 6.5 7 5

Back