THE THIRD MURDER

(Sandome no satsujin )

di Hirokazu Kore-eda
TRAMA

L’avvocato Shigemori si assume la difesa di Misumi, un uomo accusato di omicidio che già ha scontato una lunga pena per un precedente omicidio di trent’anni prima. Le possibilità per Shigemori di vincere il processo sembrano esigue. Il suo cliente si proclama colpevole pur sapendo di andare di fronte alla pena di morte. Ma man mano che indaga nella vicenda, sentendo le testimonianze dei famigliari della vittima e lo stesso Misumi, Shigemori inizia a dubitare che questi abbia effettivamente commesso il delitto.


RECENSIONI

Ancora una tempesta, stavolta di neve, appare nell'ultimo film di Hirokazu Kore-eda, The Third Murder. È una situazione cara al regista il cui film precedente aveva il titolo internazionale After the Storm. Il cinema del regista giapponese è la contemplazione delle tempeste dell'esistenza, di eventi traumatici che gli permettono però di soffermarsi sui loro riverberi, su quello che lasciano, su come si sedimentano. I film di Kore-eda narrano sempre il dopo tempesta, il suo cinema segue quelle piccole onde che riemergono in successione dopo, e solo dopo, che la superficie piatta di uno stagno è stata increscapata dal lancio di un sasso. E va anche considerato quel forte portato simbolico ancestrale che la tempesta esercita nella cultura giapponese. Un ruolo salvifico che risale al leggendario tifone che spazzò via la flotta mongola di Kublai Khan salvando così il paese da un’invasione e mantenendo il mito della nazione che non ha mai subito un’occupazione straniera fino a quella americana del dopoguerra. Tifone ricordato come il vento divino, "kamikaze", nome che significativamente venne poi assegnato ai piloti suicidi della seconda guerra mondiale.
I temi e le ossessioni di Kore-eda prendono la forma per lui inedita, in The Third Murder, del thriller giudiziario, del film processuale o courtroom movie, nel pieno rispetto dei modelli dei classici noir hollywoodiani di Fritz Lang, Robert Wise, John Frankenheimer e Sidney Lumet, o quelli francesi di André Cayatte. Il legal thriller permette al regista di mettere in scena ancora una tempesta, un sasso nello stagno, rappresentato da un omicidio i cui riverberi saranno poi oggetto del processo a seguire. Stavolta Kore-eda mostra anche il trauma, l'omicidio. Sono due gli assassinii contemplati nel film, quello di trent'anni prima, semplicemente evocato, e quello attuale. Il titolo allude poi a un terzo ipotetico omicidio, si può supporre che si tratti della successiva condanna a morte di Misumi, ma l'interpretazione rimane aperta. Di questi delitti è mostrato il secondo, per due volte, e tra l'una e l'altra viene visualizzato in modo diverso, nel secondo caso partecipa la ragazza, nel primo l'omicida agisce da solo. Quantunque la scena della seconda ricostruzione finisca in dissolvenza sul volto dell'avvocato, a suggerire una sua congettura, non c'è dubbio che la dialettica processuale porti il regista sul territorio pirandelliano del relativismo della verità. Con il legal drama Kore-eda ritrova Rashomon.

Nessuno nel film sembra dire la verità, ma soprattutto nessuno sembra realmente interessato a perseguirla seriamente. Il ritratto che emerge del sistema processuale, della dialettica giudiziaria, è impietoso, carico di ambiguità. In un paese che prevede tutt'ora la pena di morte per impiccagione. Questa è la prima chiave di interpretazione, quella più superficiale ma non per questo meno importante, del film. Gli avvocati non sono interessati a far emergere la verità in dibattimento ma semplicemente a perseguire le migliori soluzioni per i loro clienti. Il protagonista, l'avvocato Shigemori, lo dice chiaramente ai suoi colleghi del collegio di difesa: “A prescindere dai fatti questa sarà la nostra linea difensiva, tanto non sapremo mai qual è la verità”. Se a chiunque deve deve essere garantito il diritto alla difesa, come si può giudicare un avvocato che punta all'assoluzione del suo cliente anche sapendo che è colpevole? Anche i magistrati, le uniche persone nei nostri sistemi democratici titolate a disporre della libertà o meno di un individuo, ne escono con tutti i loro limiti. Il padre di Shigemori, giudice in pensione, è pentito di aver inflitto una pena blanda a Misumi all'epoca. Ma era un'epoca, sottolinea, dove si attribuiva grande importanza alle condizioni sociali nell'influenza a delinquere di una persona. Ora l'ex-magistrato è convinto che le erbacce vadano semplicemente estirpate perché non tornino a commettere crimini. I conflitti filosofici sono anche quelli nostrani, dei nostri red carpet di detenuti, da Angelo Izzo a Michele Misseri. Il libero arbitrio o la predestinazione lombrosiana a commettere crimini e il carcere come metodo di reinserimento sociale dell'individuo. Ma alla fine Kore-eda giocherà a far combaciare l'avvocato con l'imputato, l'uomo retto o considerato tale con il reo. Nella scena straordinaria del colloquio tra i due in carcere, separati da una lastra di vetro, in qui gradualmente il riflesso dell'uno si sovrappone all'altro arrivando a far coincidere i due volti.
Alla fine a Kore-eda torna sempre a rappresentare famiglie tronche, come quelle del cinema di Yasujiro Ozu, cioè famiglie mancanti di un membro. Torna a mettere in scena l'assenza, la mancanza, l'elaborazione del lutto, i riverberi, i rapporti parentali nelle figure che si ripetono tra i personaggi, dei tre genitori con i tre figli. "I ciliegi fioriscono tardi nell’Hokkaido" dice una battuta in The Third Murder, alludendo all'isola dell'estremo nord del Giappone, in cui si svolge parte del film, dove fa molto freddo e quindi le fioriture e i cicli della natura sono posticipati. E alludendo al simbolo centrale della cultura nipponica, il ciliegio in fiore, la bellezza che dura pochi giorni, la caducità della vita. Ci saranno sempre tempeste, si succederanno ciclicamente, lo sappiamo. Ma prima poi fioriranno i ciliegi anche nell'Hokkaido.

Giampiero Raganelli
Voto: 8
  
(11/10/2017)




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