L'INTRUSA


di Leonardo Di Costanzo
TRAMA

Giovanna è la fondatrice del centro “la Masseria” a Napoli, luogo di gioco e creatività al riparo dal degrado e dalle logiche mafiose. Ed è proprio alla Masseria che, con i suoi due figli, cerca rifugio Maria, giovanissima moglie di un camorrista arrestato per un efferato omicidio. Maria rappresenta tutto quello da cui le madri dei bambini che frequentano il centro stanno cercando di proteggere i loro figli, e Giovanna si trova così di fronte ad una scelta esiziale: Maria, l’intrusa, va accolta o allontanata? (dal pressbook)


RECENSIONI

Chi ha ragione nell’ultimo film di Leonardo Di Costanzo? Da una parte c’è Giovanna (Raffaella Giordano), operatrice sociale dura e concreta, che vuole spaccare il circolo vizioso della camorra: i bambini sono tutti uguali, ripete, ciascuno merita di essere ospitato. Dall’altra Maria (Valentina Vannino), donna del boss, interprete di un realismo criminale che la porta a rifugiarsi nel centro antimafia con la non detta volontà di uscirne. Dall’altra ancora c’è la comunità: mentre la donna continua a praticare l’accoglienza tutti gli altri la invitano a desistere, ne sostengono l’impossibilità. Uscire dal manicheismo buoni/cattivi, dalla divisione netta delle posizioni è un gesto di rottura, un’utopia che chiede terreno fertile sostenendo l’annullamento delle differenze, il dovere dell’inclusione totale per inceppare il meccanismo illegale. Ospitare l’intrusa, per Giovanna e le figure del centro, innesca un dubbio che da materiale diviene astratto, si fa rovello morale sull’opportunità di tendere la mano e sulla sostanza stessa dell’accoglienza (dei citati Dardenne, su altri nodi, richiama soprattutto Il figlio). Nulla è semplice: se la presenza di Maria può suonare idealmente giusta, questa getta scompiglio nella comunità e simbolicamente nega ai bambini la possibilità di una festa. Ecco perché, a ben vedere, la verità sul posizionamento della ragione diventa più complessa di quanto sembra: è una domanda che si rinnova, in ogni fotogramma, e accompagna il movimento non riconciliato della protagonista, caratterizzandola con implicita ammirazione ma senza assegnarle una virtù definitiva, piuttosto rinnovando l'incertezza.

Il primo quesito porta dunque al secondo: chi è l’intrusa? Subito si risponde Maria, l’elemento di disturbo nel centro, scintilla del cortocircuito che ne minaccia la tenuta. Ma varie ipotesi percorrono il racconto: è intrusa Rita, la figlia di Maria, che apre il problema della presunta uguaglianza tra bambini, dell’ambizione di superare le differenze dei grandi, e verifica la convivenza proprio mettendola in atto (i giovani, quando lavorano in officina, sono davvero uguali). Ed è perfino Giovanna che si candida a vestire la metafora del titolo: essa ha un pensiero intruso, diverso dagli altri, e la tenacia di concretarlo è motivo della sua azione. Il regista gira un altro confronto a due dopo L’intervallo, un’altra questione (in realtà la stessa) sintetizzata in una messinscena essenziale che serve proprio a complicare, sfaccettare, domandare. La sua ambiguità viene sostenuta dal gioco di sguardi e posizioni tra Giovanna e Maria, mirabilmente eseguita dalle attrici, che conduce gradualmente al definitivo scambio di ruoli: alla fine è la moglie del boss a compiere un paradossale atto etico, scegliere di rinunciare all’aiuto, abbandonare il campo di battaglia per permettere di ricomporre la pace. È allora che le donne si capiscono, perché l’una azzarda l’estremo dell’accoglienza e l’altra realizza che deve respingerla per sottrarla alla tempesta: è allora che la festa si può fare, ma il momento felice contiene una sconfitta, il fallimento di un’utopia. Un’intrusa se ne va lasciandosi dietro un’altra intrusa, l’idea di Giovanna che resta enunciazione morale non concretizzata nel mondo. È anche un film esplicito, seminato di chiari simboli - come la bimba diventata muta - e di squarci inquietanti che culminano nella minaccia camorristica reinstallata nella lite tra bambini: offre improvvise rivelazioni insieme a una tesi, seppure problematica, che divulga. È il dubbio la sua sostanza: una complessità che si declina in questione di sguardo, come le donne si vedono e sono viste, come una situazione viene percepita, come il preconcetto cristallizza il reale facendolo immobile. Davanti al tentativo perdente di spaccare gli schieramenti restano i punti interrogativi, a formare un dilemma che non vede risposte.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
  
(10/10/2017)




BertozziCatenacciDi NicolaFeolePacilioSangiorgio
6.5 5 6.5 6 6.5 7

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