MARTYR

(Martyr )

di Mazen Khaled
TRAMA

L’annegamento di un giovane sulla spiaggia di Beirut. Il suo funerale.


RECENSIONI

Difficile maneggiare questo film di Mazen Khaled, a tratti affascinante, che gioca su diversi campi. C’è lo spaccato di una quotidianità: l’ultimo giorno di vita di un giovane senza prospettive (forse un reduce) che non vuole continuare a svolgere i lavori umilianti che gli procaccia il padre, non si decide a cercare un altro impiego e a reintegrarsi nella comunità. C’è la restituzione delle caratteristiche di una società difficile e conflittuale, delle sue ritualistiche, di una gioventù emarginata che, rinchiusa in un quartiere ghetto, finisce col trovare nel mare la sua valvola di sfogo. È in questo senso che il protagonista - che muore annegato dopo l’ennesimo tuffo dagli scogli - è un martire: martire di una situazione che lo ha imprigionato, in cui l’unico anelito di libertà, il tuffarsi tra i flutti tendendo a un orizzonte utopico, è anche quello che ne sancisce la morte («Credo che una parte di lui muoia perché vuole morire» ha affermato il regista). Legato a questo parallelo (che si riconduce alla tradizione islamica per la quale l’annegamento è una forma di martirio), c’è un livello simbolico che viene reso innanzi tutto in termini visivi (una sorta di via crucis, il calcolo della posizione delle figure nello spazio, la composizione dell’inquadratura che guarda all’iconografia religiosa, momenti astratti affidati alla danza, sequenze oniriche). Ma, su questo sentiero si fa strada anche la cronaca visionaria di una omosocialità, con la macchina da presa che si addossa ai corpi di questa giovane comunità virile e, restituendone dettagli, sottintende, oltre a una libidine inespressa, anche la completa assenza della donna da quel contesto marginale (storie impossibili - la donna sposata e con figlio -, distanze sociali - le ragazze che escono in toga dall’università -). Se l’abbinamento tra la rappresentazione allegorica e il sondaggio sociologico appare inizialmente troppo ambizioso, nello sviluppo del lavoro trova un suo equilibrio, il regista riuscendo a mediare con lucidità tra lo spirito documentario di una realtà e la sua reintepretazione in chiave antinaturalistica.

Luca Pacilio
Voto: 6
  
(04/10/2017)




Di NicolaPacilio
7 6

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