CARS 3

(Cars 3 )

di Brian Fee
TRAMA

I trionfi sportivi di Saetta McQueen sembrano volgere al termine a causa dell'arrivo di una nuova generazione di super-bolidi da corsa, capeggiati da Jackson Storm. Grazie all'aiuto del trainer Cruz Ramirez, Saetta cercherà di difendere il titolo a tutti i costi.


RECENSIONI

Altro sequel altra corsa, è il caso di dire. Sul grande schermo, pullulante di inutili episodi para-televisivi, ritornano le macchine parlanti della Pixar, di nuovo in pista in un seguito se non necessario quantomeno doveroso che, nonostante i limiti oggettivi, costituisce un buon compromesso tra esigenze di marketing, riabilitazione di un brand e giustificazioni narrative.
Quello di Cars è, prima di tutto, uno dei franchise più lucrativi di sempre grazie non solo alle vendite dei giocattoli ma, soprattutto, di qualsiasi altro prodotto collaterale, dai fazzoletti, ai pannolini (richiestissimi), alle attrazioni di Disneyland.
L'universo si è espanso anche ad altri prodotti tie-in come la serie Planes (stesso concept ma con aereoplani) o il futuro Space (un working title anch'esso abbastanza autoesplicativo), prodotti dai DisneyToon Studios. Dopo qualche anno di sfruttamento è normale che la macchina del marketing rallenti un po' e, complice una spinta di mamma Disney, è necessario schiacciare l'acceleratore per riposizionare il marchio in pole-position con un nuovo mega-spot al cinema.
Se non altro la Pixar ha avuto il buon gusto di salvare un minimo le apparenze e confezionare un film di tutto rispetto che, al contrario di quanto si possa pensare, sappia anche riscattare il franchise dal precedente passo falso.

Che la saga di Cars sia la meno amata dai fan Pixar non è mistero.
Che Cars 2 sia universalmente il più odiato film Pixar nemmeno: la scelta del setting in giro per il mondo con lo scopo di abbracciare un'audience più internazionale - laddove l'anima del primo era intimamente statunitense - e il drastico cambio di registro, che sfocia nella parodia di uno spy-movie con il focus della narrazione spostato da Saetta a Cricchetto, sono stati accolti freddamente da pubblico e critica. Che piaccia o no, con l'episodio numero due va riconosciuto alla Pixar il grande merito di aver evitato il classico seguito da cassetta (come sempre del resto), e di aver giocato col suo stesso giocattolo fino ad arrivare quasi a romperlo. Ecco quindi arrivare il triquel riparatore, quello che ricalibra il genere e i personaggi rimettendo tutto al suo posto senza cadere nel già visto, nel facile tranello del pilota automatico, ignorando furbescamente, senza cancellare, gli eventi dell'episodio precedente, e riportando il cuore della storia in carreggiata, nelle strade polverose, nelle cittadine di provincia e nei circuiti Nascar dell'america rurale. Si ritorna alle atmosfere country degli albori anche narrativamente secondo una operazione-nostalgia che Hollywood conosce bene e ama sfruttare: non solo Saetta si riappropria del suo ruolo centrale, ma ritorna un personaggio molto apprezzato, il suo mentore, Doc Hudson (sempre con la voce di Paul Newman grazie a spezzoni di doppiaggio non usati nel primo film) attraverso commoventi flashback e i ricordi dei suoi, ora anziani, compagni, ai quali Saetta si rivolge per ritrovare la stoffa di un tempo.

Il film sembra essere una sorta di Rocky III, di cui riprende la parabola discendente di un campione che ritorna al passato per affrontare il futuro, ricalcando la formula di Toy Story 3, dove si dà una degna conclusione alla trilogia attraverso il rito del passaggio del testimone. Tuttavia il regista Brian Fee va oltre il semplice compito di chiudere le fila narrative e rimediare agli errori di chi lo ha preceduto; si percepisce la volontà di arricchire tematicamente l'universo delle macchinine da corsa dall'interno, dal motore, prima ancora di arrivare alla carrozzeria: Saetta è a un bivio della sua carriera, gli viene offerto un ritiro da gran campione che lo porterebbe a essere staticamente e perennemente immortalato in beni di consumo - ogni riferimento è puramente casuale (?) - ma al tempo stesso non desiste dal suo sogno, cerca di reinventarsi e non solo tramite un semplice make-over di nuovi gadget tecnologici. L'inserimento della pimpante Cruz Ramirez non è solamente un pretesto per allungare la storyline ma è funzionale alla maturazione del protagonista, e così facendo di sé stessa, in un mutuo scambio che li porta a trovare compimento l'uno nell'altro, ingrossando il multietnico cast di una saga animata che più di tutte inneggia alla diversity e permette alla Pixar di tornare a riflettere sul significato del fallimento, sebbene in un modo più banale rispetto al meno accomodante Monsters University. Emergono quindi i limiti, simili al capitolo originale, di un film dalla morale facile, non brillantemente mascherata, dai twist un po' forzati che ripropone la classica struttura Pixar del buddy/road trip movie privo di un vero villain, il cui compito è solo quello di innescare la vicenda narrata.

Questa volta il versante tecnico brilla non solo per la (solita) attenzione al rendering fotorealistico dei fondali minuziosamente rappresentati, ma soprattutto per il look decisamente più dark e drammatico di alcune sequenze (come quella dell'incidente) dove al pastello delle foreste americane si sostituiscono il nero fumoso delle ruote e lo sfavillare del metallo sull'asfalto; gli occhi delle auto scompaiono, inquadrature e regia rendono il toon indistinguibile dal live-action.
Alta carica emozionale hanno anche i patinati flashback con protagonista il trapassato mentore, figura paterna mai dimenticata che diventa modello a cui aspirare.
Questa apparente chiusura non è sinonimo di addio (si ricorda che la Disney ha messo in cantiere Toy Story 4 di cui, rassicurano, non verrà intaccato il perfetto finale del terzo) e motivazioni che trascendono l'ispirazione artistica avranno sempre un peso decisivo per il futuro di questa gallina dalle uova d'oro che non è detto sia pronta al pensionamento (nonostante le vendite calanti). Una cosa è certa: la Pixar non cederà mai completamente a queste pressioni esterne rivendicando sempre la propria matrice autoriale anche nel sequel più scontato. Magari un seguito ci sarà, ma solo quando spunterà anche una bella idea che giustifichi un ritorno a Radiator Springs.

Michele Sottile
Voto: 7
  
(03/10/2017)




Sottile
7

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