L'EQUILIBRIO


di Vincenzo Marra
TRAMA

Giuseppe, un sacerdote messo in crisi nella sua fede, chiede al vescovo di essere trasferito da Roma in un comune della sua terra, nel napoletano. Il sacerdote, una volta insediatosi, si dà da fare cercando di aiutare in tutti i modi la comunità, fino a quando scopre la scomoda realtà di quel luogo.


RECENSIONI

Vincenzo Marra, impegnato in un cinema che, quando non è documentario, si riporta comunque a quell'approccio (in questo caso c’è stato un lavoro di ricerca sul territorio che solo in seconda battuta è virato sulla fiction), mette in evidenza dinamiche, situazioni, caratteristiche dell’ambiente prescelto basandole, in primo luogo, sull’osservazione, non su drammatizzazione o teatralizzazione. In questo senso, il suo lavoro, in questi anni, si è fatto riconoscibile: sociologia in trasparenza, dialoghi scarni, recitazione prosciugata, esposizione dei punti chiave dell’indagine attraverso una narrazione teoremica e lineare.
Giuseppe, sacerdote, è stato missionario in Africa, crede nella sua vocazione e, al possibile ritorno alla vita laica (la relazione con una donna che lavora con lui), preferisce il distacco, tornare nel napoletano da cui proviene e mettersi a servizio di una comunità problematica. Il suo sarà un percorso cristologico, come traspare da alcune scene e dalla simbologia mimetizzata nella rappresentazione realistica (il rifiuto della tentazione, il rito della vestizione, la capra nel campetto, la quasi immolazione del finale, la nuda, inerme frontalità del corpo del protagonista). Gesù si è sacrificato per noi, dice Giuseppe ai bambini durante il catechismo, e anche il sacerdote, lasciando Roma e una donna che lo amava, decide, come Cristo «di sacrificare la propria felicità per fare felici gli altri».

Alla realtà drammatica con la quale si trova a confrontarsi, il protagonista pretenderà di rispondere con il puro, disinteressato esercizio del suo ruolo. Compreso che lo stimato parroco che lo ha preceduto si era dedicato alla causa dei rifiuti tossici e dei conseguenti tumori della popolazione, quale terreno sicuro nel quale predicare una falsa speranza e una vera rassegnazione, Giuseppe preferisce affrontare di petto situazioni quotidiane che richiedono interventi diretti che, andando a toccare gli interessi della malavita locale, sconvolgono la convivenza di una comunità abituata alle intimidazioni e terrorizzata dalle possibili ritorsioni. In una periferia infuocata, in cui anche la polizia è refrattaria a intervenire, l’equilibrio che il precedente parroco aveva raccomandato a Giuseppe di mantenere, si rivela essere un impegno di facciata, la stasi. Tanto che la reazione indignata del sacerdote ha conseguenze fatali.
Marra racconta questo cammino alla sua maniera, attraverso la descrizione delle condizioni umane di persone deboli e ferite, senza manicheismi, ancora una volta facendo emergere le sfumature di ogni contesto e, da un lato, mettendo in evidenza la gravità delle questioni in gioco, dall’altro non lasciando la porta chiusa all’esposizione di una prospettiva di cambiamento (il chierichetto Daniele che decide di non andare alla messa officiata dal vecchio parroco).
Un film di rara onestà nel quale il regista, scandagliando l’ennesima zona grigia, ne affida la decrittazione a una figura allegorica sempre presente in scena (il film lo rimarca attraverso l’uso esclusivo del pianosequenza) che si rende specchio fedele (non lo si dice a caso) delle contraddizioni che la lacerano.

Luca Pacilio
Voto: 7
  
(25/09/2017)




GregorioPacilio
7 7

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