IL CRATERE


di Silvia Luzi, Luca Bellino
TRAMA

Il cratere è terra di vinti, spazio indistinto, rumore costante. Rosario è un ambulante, un gitano delle feste di piazza che regala peluche a chi pesca un numero vincente. La guerra che ha dichiarato al futuro e alla propria sorte ha il corpo acerbo e l’indolenza di sua figlia tredicenne. Sharon è bella e sa cantare, e in questo focolaio di espedienti e vita infame è lei l’arma per provare a sopravvivere. Ma il successo si fa ossessione, il talento condanna.


RECENSIONI

«Una favola Disney al contrario», la definiscono i registi. Venendo dal documentario, Luca Bellino e Silvia Luzi inscenano la parabola della protagonista Sharon: aspirante futura neomelodica, la giovane è lontana dai feticci digitali, non cerca la fama su facebook e instagram ma in una realtà fortemente radicata al territorio, intrecciata piuttosto ai maestri di cerimonie, alle canzoni di matrimonio, offrendosi come fenomeno locale nella provincia campana disastrata. E, soprattutto, viene strumentalizzata dal padre: Rosario ripone nella figlia l’unica ipotesi di catarsi, la via d’uscita dal circo di paese, ma lo fa in nome di un talento solo supposto, nel migliore dei casi ancora acerbo, nel peggiore mai dimostrato. Così nelle sessioni di canto, quando Sharon “sbaglia voce”, il pianto della ragazza non va certo a sottolineare la delusione dell’ambizione frustrata, bensì l’impossibilità di appagare il desiderio paterno, di sostanziare la presa in carico della loro condizione che il padre chiede alla figlia. Sharon non ha segni esteriori, come le gemelle siamesi di Indivisibili, è deformata solo dall’aspettativa. C'è un genitore che, se resta ossessivamente inchiodato all’idea del successo (e convinto di esso malgrado tutto), d’altra parte si abbandona verso la figlia a slanci sentimentali, in un’altalena che lo rende sfaccettato e vivo, dunque anche ambiguo. Un esempio per tutti: il lavaggio dei capelli che l’uomo fa a Sharon, sciogliendone i nodi, equamente a metà tra atto paterno e necessità pubblica - apparire al meglio possibile -, con una traccia rituale che lascia intendere perfino un’offerta votiva, una cura al “corpo della dea” alla quale si impone il miracolo, arricchirsi attraverso il canto, e dentro la questione economica si affaccia il contesto atavico della superstizione.

Gli autori spiegano il titolo: «Crater è il nome di una costellazione debole e incerta, invisibile perché estremamente luminosa. Crater sfavilla e non si vede, è percepibile a fatica e per una sola stagione. Di notte, in primavera e solo dal sud del mondo» (dalle note di regia). Ecco la domanda chiave: brilla davvero questa stella? Quanto Sharon è dotata e quanto vittima dello sguardo altrui, della costruzione degli altri intorno a lei? Perché, a ben vedere, Il cratere ci dice che non tutti sanno preparare la celebrità a tavolino, non tutti ne hanno possibilità. È la storia di una sconfitta inevitabile perché non c’è ipotesi di vittoria. Ma il cuore del racconto non sta solo nella sua sostanza che, seppure generando fertili ambiguità, di fatto si inserisce in un genere consolidato: il punto è come i registi lo mettono in scena. Alla ricerca mai della scena madre, sempre della costruzione graduale di un discorso, essi girano principalmente con camera a mano seguendo i personaggi e lasciandoli respirare, concentrandosi sul particolare, valorizzando l’inessenziale (la ripresa del dettaglio dei peluche), insomma trovando un naturalismo, come nella cena domestica che si risolve in una lunga ripresa in cui non succede nulla ma nel frattempo “accade la vita” di questa famiglia (è vicino, addirittura, il cinema di Kechiche, che ha già fatto un film sull’esposizione di sé per saturare lo sguardo: Venere nera). L’approccio stilistico, sociale e intimo di Bellino e Luzi trova compimento nel finale: il gesto di rivolta di Sharon, l’atto di rottura che spacca la situazione viene registrato dal dispositivo mediatico, una telecamera. Come la giovane si esponeva (veniva esposta) all’occhio esterno in cerca di notorietà, così per reazione scappa di casa ripresa dal circuito interno, e viene impressa in fotogrammi fugaci e sgranati. È qui l’unico momento in cui Sharon diventa immagine: ottiene, beffardamente, il premio di una ripresa. Ma si vede appena, è una figura che scompare. Inevitabile allora che l’ultima inquadratura sia al volto del padre, deus ex machina perdente, ormai irrigidito nella posa fissa, nell’espressione minerale: ha capito, forse, che la sua sconfitta è soprattutto mediatica. Ripresa da un nastro che funge da negativo del palco, perché esce dallo spettacolo e registra la verità di una fuga.

Presentato alla Settimana Internazionale della Critica al Festival di Venezia 2017.

Emanuele Di Nicola
Voto: 7
  
(22/09/2017)




CatenacciDi NicolaPacilio
5.5 7 5.5

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