DOWNSIZING - VIVERE ALLA GRANDE

(Downsizing )

di Alexander Payne
TRAMA

Paul Safranek vive con la moglie Audrey a Omaha, in Nebraska. I due conducono una vita tranquilla ma vorrebbero potersi concedere di più. Per rispondere alla crisi mondiale, causata dalla sovrappopolazione, gli scienziati hanno sviluppato una soluzione radicale che permette di rimpicciolire gli essere umani a pochi centimetri d'altezza. Le persone presto scoprono che i loro risparmi valgono di più in un mondo più piccolo. Con la promessa di uno stile di vita lussuoso Paul e Audrey decidono di correre il rischio di sottoporsi a questa pratica controversa, imbarcandosi in un'avventura che cambierà le loro vite per sempre.


RECENSIONI

Quando l’America si pulisce la coscienza al cinema il rischio è alto, perché il pastrocchio è dietro l’angolo. Succede, purtroppo, con l’ultima opera di Alexander Payne, autore altrove pungente e arguto (Election resta la sua opera più riuscita), qui vittima di una sceneggiatura che spreca un ottimo spunto di partenza in un concentrato di buonismo ed ecologismo all’acqua di rose. Peccato perché c’è del genio nell’idea di combattere la sovrappopolazione mondiale attraverso la miniaturizzazione degli abitanti. Tutti ne gioverebbero, chi rimane, con a disposizione più risorse in grado di garantire una maggiore sostenibilità ambientale, economica e sociale, ma anche chi sceglie di rimpicciolirsi, perché potrebbe vivere nel lusso con risparmi (per chi ne ha, ovviamente) dal potere d’acquisto decuplicato. Divertente, al riguardo, il cameo di una Laura Dern in formato ridotto che compra un diamante enorme per poco più di 80 dollari. Il film si sofferma su una coppia che si barcamena come può ma sogna in grande e per dare concretezza ai propri desideri decide di sottoporsi alla miniaturizzazione. Davvero esilarante la lunga sequenza del processo di trasformazione, con grande cura visiva (ottimi gli effetti speciali), sonora (Rolfe Kent si conferma abile creatore di atmosfera), attenzione ai dettagli e al ritmo emotivo del protagonista, perché finisce per essere la parte maschile della coppia l’elemento centrale del racconto.

Peccato, però, che un’idea così forte e dalle innumerevoli potenzialità si evolva in un guazzabuglio piuttosto confuso dove si cerca un equilibrio tra gli affetti, la salvezza del pianeta, la seconda chance nella vita (vero chiodo fisso di Payne, ma anche di Hollywood), la capacità di assumersi rischi e responsabilità e una sorta di nebulosa predestinazione. Tanta carne al fuoco che la sceneggiatura impasta come meglio può senza però rendere fluidi passaggi e prese di coscienza dei personaggi. Per cui il bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno arriva scheggiato. Punto debole è proprio la caratterizzazione del protagonista, un Matt Damon fin troppo middle man e alla fine più che altro scialbo nella totale mancanza di personalità con cui è rappresentato. Affrettata anche l’uscita di scena di Kristen Weig, mentre al contrabbandiere guascone a cui dà la sua maschera Christoph Waltz viene chiesto esclusivamente di gigioneggiare, cosa che all’attore austriaco viene particolarmente bene. Unico ruolo un po’ più approfondito, quindi in grado di svettare sugli altri, quello interpretato da Hong Chau, attivista vietnamita invalida rimpicciolita dal suo governo per rappresaglia e finita a fare la donna delle pulizie. Se l’interesse del regista verso il grigio del quotidiano e un’umanità lontano dai riflettori qua e là fa capolino, a distinguersi sono però melassa, superficialità e stereotipi (basta vedere come sono rappresentati i norvegesi). Il tutto permeato da un afflato new-age da outlet della consapevolezza, con una parte finale che sbanda clamorosamente, incapace di trovare il giusto equilibrio tra satira fantapolitica e favola aggraziata.

Luca Baroncini
Voto: 5
  
(18/09/2017)




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