FELICITE

(Félicité )

di Alain Gomis
TRAMA

Félicité è una cantante di Kinshasa, lavora, mantiene sé stessa e suo figlio. Quando quest’ultimo dev’essere operato in seguito a un grave incidente, è costretta a chiedere aiuto per coprire i costi dell’operazione. Tutto sembra perduto, ma la musica e un amore inatteso la riporteranno alla realtà, alla vita.


RECENSIONI

Débrouillez-Vous”, “arrangiatevi”, recita l’articolo 15 della Costituzione della Repubblica Democratica del Congo, articolo inesistente, certo, ma noto a tutti nella sua realistica ironia. È la sorte che tocca anche a Félicité, arrangiarsi, mantenersi cantando, tenere insieme una vita e una casa con fiera autonomia, infine, affrontare il dramma del figlio incidentato impattando il caos del sistema sanitario congolese, dagli esiti incerti e dal costo esorbitante. È l’inizio di una lunga questua attraverso la sovrappopolata, esuberante, ipertrofica Kinshasa, tra i fuochi notturni e il suolo polveroso dei sobborghi, capitale futuribile che vanta robot urbani che dirigono il traffico, ma che non assicura assistenza medica adeguata ai suoi cittadini, solidali e estranei, necessariamente diffidenti, separati da un profondo divario fra ricchezza e povertà.
Alain Gomis, regista francese, bissau-guineiano e senegalese che si autodefinisce <<di razza mista>>, <<significa che non somiglio a nessuno>>, e dichiara di aderire al fascino della mancata appartenenza come affermazione dell’estraneità, affida al volto intenso di Tshanda Beya la storia di una donna che si sta perdendo, che cammina sul filo di una sconfitta, e gira un film dal ritmo lento e irregolare, il cui impianto realistico è spezzato da sequenze oniriche immerse nel buio che fanno da ponte fra vita e morte: Félicité porta questo nome perché, quando l’avevano creduta morta, da bambina, è tornata indietro, era viva.
Lo è ancora, in un contesto che alterna modernità e degrado, convivialità e violenza, in cui persistono strascichi di superstizione eppure, dietro l’angolo, c’è ancora la chance dell’amore, l’imprevisto senza vincoli formali che riporta il sorriso fin quasi a uno slittamento di genere del film. Félicité non è una donna in fuga, è un simbolo di permanenza, del ritrovarsi nei propri luoghi che valgono quanto ogni punto del globo, che lo rappresentano, perché Gomis, qui al suo quarto lungometraggio, non ama le scappatoie drammaturgiche, la garanzia di una svolta che liberi il personaggio dai suoi conflitti e lo “risolva” in una nuova realtà: la realtà è una, quella di tutti i giorni, e in quanto tale va affrontata, <<non essere capace di amare la vita di qualcuno è una delle grandi forme di violenza esistenti e il cinema ne è complice>>, afferma, forse accusatorio, ma più che altro con una dichiarazione di poetica -che riesca o meno nel suo intento, esso evidenzia un preciso valore sociale e spirituale e la necessità di esprimerlo su un piano artistico-.
Spazio di convergenza e di emergenza, il motore interno del film resta la musica, quella dei Kasai Allstars (Tshanda ne sostituisce la cantante nella finzione e diventa un suo doppio in bellissime sequenze in cui canta e balla secondo il suo insegnamento) e quella dell’Orchestra Sinfonica di Kinshasa che esegue brani di Arvo Pärt, spazio aggregativo il primo, di elevazione spirituale il secondo. È a questa binarietà che tutto è affidato, al conflitto fra interiorità e esternazione, fra solitudine e interazione, a quello classico e primordiale fra giorno e notte, con una particolare tensione verso quest’ultima -oltre alle citate sequenze notturne, un estratto dagli Inni della Notte di Novalis trasla il cuore del Romanticismo tedesco nell’Africa odierna-.
In un organismo così concepito, che cerca il fascino della sospensione, della tensione costante, dello stato in divenire delle cose, è l’evidenza dell’intenzione che, a rischio cerebralità, talora non aiuta l’adesione emotiva. Il solo sguardo di Tshanda/Félicité in primo piano è più eloquente della costruzione registica in cui è immerso, vederla sorridere è liberatorio quando la stessa struttura formale del film si alleggerisce e respira.

Vince il Gran Premio della Giuria al festival del cinema di Berlino.

Alessia Astorri
Voto: 7
  
(11/09/2017)




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