PELLE

(Pieles )

di Eduardo Casanova
TRAMA

Persone deformi e sfigurate fanno i conti con una società che le ha costrette a nascondersi per la loro diversità.


RECENSIONI

Che il nostro paradigma culturale si fondi sempre più sull'estetica della rappresentazione, non è certo un segreto: nell'era dei social network, dei fashion blogger e degli influencer, la superficialità si innalza a primo valore; in un simile processo di omologazione, che categorizza gli individui-utenti in puntuali sottoinsiemi e tipologie, non vi è nulla di più destabilizzante del diverso.
Ed è questo Pieles, un compendio artistico-filosofico della deformità in tutte le sue manifestazioni, presentato alla 67ª edizione del Festival di Berlino, nella sezione Panorama. Al suo esordio dietro la macchina da presa, il regista ventiseienne Eduardo Casanova opta per una politica dello shock visivo. Un'atipica sceneggiatura multi-strand vede l'intrecciarsi di sei differenti filoni narrativi, destinati a convergere sul finale; lo screenplay minimale lascia spazio al punto focale del film, i suoi protagonisti: veri e propri human freaks, alle prese con la loro diversità e la conseguente emarginazione. Ce n'è per tutti i gusti: da Samantha (Ana Maria Polvorosa), pavida teenager nata con il sistema digestivo al contrario, a Laura (Macarena Gómez) prostituta minorenne, che combatte la sua cecità con protesi ottiche in diamante, a cui si aggiunge un'intrattenitrice acondroplasica incinta, un giovane autolesionista affetto da somatoparafrenia (condizione che non gli permette di riconoscere i propri arti) con il sogno di diventare sirena, una coppia di amanti sfigurati e, in conclusione, un uomo che compensa la sua funzionalità anatomica con una perversione sessuale per le malformazioni.

Ad inasprire questa fiera del grottesco, la scenografia stilizzata, dal forte impatto cromatico: un surreale mondo viola pastello avviluppa la trama ed i suoi personaggi, divenendone specchio dell'interiorità tormentata. Arguto pastiche stilistico, quello proposto dal regista, che ammicca tanto all'onirismo lynchiano, quanto alla sessualità morbosa e perversa di alcune pellicole del connazionale Almodóvar, pur valorizzandolo con elementi insoliti ed autografi.
Ma come (e dove!) collocare questo titolo nell'ottica di genere? La verve drammatica si alterna a ripetute parentesi orrorifiche, contaminate da raffiche di black humor, al confine con il dramedy; del resto, il carattere polimorfo e (volutamente) ambiguo del film, riflette la sua volontà di non piegarsi alle catalogazioni, proprio come i suoi protagonisti non vogliono (né possono) rientrare in quelle sociali.
Un'opera prima che, nonostante un concept pregevole ed accattivante, eccede in prepotenza scenica e citazionismo esasperato: la durata contenuta (poco più di 70 minuti), sommata alla mancata (o comunque marginale) introspezione dei personaggi, non permette allo spettatore di completare il transfert emotivo, vanificandone così l'empatia; quello a cui ci si trova davanti è una stravagante ed autoreferenziale carrellata di casi umani, metafora socio-culturale dell'inettitudine (in atto), ma ridottasi (in potenza) a violento intrattenimento estetico, tra feticismo, provocazione e visual art. Doveroso comunque un plauso a Casanova, la cui acerbità autoriale viene bilanciata dal notevole, seppur a tratti eccessivo, entusiasmo. (Con)Turbante.

Simone Filippini
Voto: 6.5
  
(13/08/2017)




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