THE CHILDHOOD OF A LEADER - L'INFANZIA DI UN CAPO

(The Childhood of a Leader )

di Brady Corbet
TRAMA

1919. Un bambino americano vive in Francia con i genitori: il padre lavora per il governo degli Stati Uniti alla stesura del Trattato di Versailles.


RECENSIONI

spoiler

Cittadino del mondo, certo, ma rinchiuso in una gabbia dorata fatta di finzioni elevate a sistema, possibile marionetta di una messa in scena borghese gestita da convenienze alle quali i sentimenti sono stati sacrificati, il piccolo protagonista, alla sua maniera, si rivolta contro il modello ipocrita al quale gli si chiede implicitamente di conformarsi. Che lui sia il figlio naturale di Charles, un amico di famiglia, è cosa evidentemente nota a tutti gli adulti coinvolti, che, in virtù di un accordo tacito, non l'hanno mai discussa, continuando a scambiarsi gentilezze («Dio mi ha dato tuo padre e te: senza di lui, non ci saresti tu» gli dice la madre, un modo per indurre il figlio all'amore per il marito, ad accettare lo schema fittizio su cui si fonda il nucleo familiare). Che poi il capofamiglia abbia una tresca con l'istruttrice del piccolo, è possibilità che la moglie contempla, tanto che, sollecitata dal figlio sulla questione, la avalla coprendola con disinvoltura. Del resto non c’è sesso tra i coniugi: ascoltiamo il cigolio di un letto e un ansimare solo per scoprire che è il bambino col fiatone che sta saltando sul materasso; quando il marito sembra cedere alla tentazione, arrivando persino a chiedere alla moglie un altro figlio, si ricompone scusandosi per aver perso il controllo.
Il modo in cui Corbet mostra le due relazioni extraconiugali è speculare: il bambino sta per scendere al piano inferiore, ma viene richiamato dalle voci che provengono da un’altra stanza dove si trovano il padre e l’istruttrice; allo stesso modo più avanti il padre sta per salire al piano superiore, ma richiamato dalle voci provenienti dalla cucina, cambia il tragitto per scoprire che la moglie e Charles sono insieme. In entrambi i casi si opta per un laconico piano che mostra di spalle l’osservatore, al limitare della porta, e la coppia all’interno della stanza.

Lo stato delle cose diventa inaccettabile: la disinvoltura con la quale la recita sociale viene portata avanti, l'omertà e la fredda indifferenza che la nutrono, nel rispetto formale di un’idea di religione professata quasi fanaticamente dalla madre e, nei fatti, dissacrata quotidianamente (e giù sassi contro la Chiesa farisea, allora: «Non credo più nella preghiera!» si strillerà alla fine), non sono più tollerabili per il bambino; colto dai primi turbamenti sessuali, esasperato dalle menzogne e dalle contraddizioni della genitrice (che lo acconcia come una bambola), tradito dall'istruttrice, privato spietatamente dell'appoggio della domestica - l'unica persona che sembra provare dell'affetto sincero per lui, licenziata proprio perché troppo accondiscendente -, il ragazzino dissipa ogni remora: per lui l'assalto al palazzo d'inverno, dapprima solo paventato, diventa imperativo.
Chi è il leader? Colui che riesce a scardinare le logiche di un sistema imponendo le proprie. Chi ha una visione e riesce a immaginare un futuro diverso, comportandosi di conseguenza: quello del leader non è un titolo da ricoprire, leader lo si è nelle azioni e nel modo di compierle. I tre capricci che scandiscono la narrazione del film sono allora altrettante provocazioni simboliche, atti dimostrativi con i quali il bambino intende sovvertire lo status quo, moti rivoluzionari che, non centrando l'obiettivo (frantumare la corruzione che sovrintende le relazioni familiari) si fanno escalation che culmina nel colpo di stato (l'attentato alla madre). E non c'è repressione che tenga: non l'umiliazione pubblica, non le minacce della fame, non la possibile violenza, non lo spettro dell'isolamento. Inflessibile, determinato, spietato anche con se stesso, votato all'autodisciplina, il leader è integro, pronto al sacrificio. Ed è uno stratega: studia da solo per arrivare a far fuori l'istruttrice Ada, l'amante del padre, e in questo modo riconquistare il favore della madre, che ha informato della relazione clandestina con diabolica maestria e che da allora non vedeva l'ora di disfarsi della ragazza (il colloquio tra le due, prima che venga staccato l'assegno della liquidazione, è pregno di sottintesi, momento tra i più densi del film); corona la sua vittoria determinando l'inconsulta reazione del padre (- maschio alfa) che, provocato dal suo rifiuto di aprirgli la porta della cameretta, scatta contro il piccolo despota arrivando a spezzargli il braccio.

L'infanzia di un capo non è una riduzione dell'omonimo racconto di Jean-Paul Sartre [1], dal quale attinge solo alcuni elementi, tra cui la descrittività ossessiva delle circostanze (al bando le psicologie) e la figura del bambino femmineo - quello sessuale è un aspetto che riguarda la questione più ampia dell'identità del protagonista della novella -,  laddove nel film di Corbet i capelli lunghi, ad esempio, diventano per il bambino una bandiera anticonformista da difendere (tanto che non permette ad Ada di toccarglieli e quando viene scambiato per una bimba si presenta nudo a rivendicare l'appartenenza al sesso maschile).
Il film è diviso in capitoli, preceduti da una ouverture che, attraverso filmati di repertorio, inquadra il periodo storico e il contesto nel quale si ambienta la vicenda (l'arrivo del presidente americano Wilson in Francia per i negoziati di pace che ponevano fine alla prima guerra mondiale).
Chi è allora il leader di cui si parla? Chi è (/sarà) Prescott (il nome del bambino viene rivelato solo nell’ultimo segmento, come se fosse l'anticristo - e in effetti la sua prima apparizione, nelle vesti di un angelo, si rivela ironica -)? Non lo sappiamo.

[1] Nel racconto del francese, Lucien è il figlio di un capitano d'industria: che lui sia destinato a essere un capo è noto a tutti, e lui per primo si  interroga sulla sua effettiva capacità di incarnare il futuro ruolo.
Le ispirazioni del film sono in realtà molteplici, come testimoniato dai titoli di coda: oltre a Sartre, Hannah Arendt (Le origini del totalitarismo, La banalità del male), John Fowles (Il mago), Robert Musil (lo sguardo spietato sul suo ambiente del giovane Törless?), alcuni testi storici di Margaret MacMillan (che sono stati l’ispirazione da cui tutto è partito), la figura di Robert Lansing (Segretario di Stato della presidenza Wilson).

In una prima ipotesi il finale sembra suggerire che la linea realistica s’interrompa, lasciando che il racconto imbocchi un percorso distopico che contraddice la Storia (ma non le sue risultanze: la svolta autoritaria). Prescott sarebbe, allora, il Male, l'incarnazione - unica e immaginaria - dei tiranni del XX secolo, il Predestinato: così il sogno iniziale (quello che gli fa bagnare il letto) sarebbe una premonizione; così, mentre prega il Signore di fare di sé uno strumento della sua pace, il bimbo, quasi intuendo l’enormità della bugia, si interrompe per proseguire l’orazione in silenzio; così il Nostro cantarella il tema marziale di Scott Walker quasi divinasse il futuro; così, passando davanti a una cartina dell'Europa, la accarezza come se sapesse che il continente gli apparterrà. Prescott come frutto del suo ambiente e della sua epoca, certo, ma soprattutto la sua imponderabile deriva demoniaca: quando il bambino e Ada camminano in mezzo alla campagna, a un tratto il ragazzino si ferma e guarda in lontananza; il campo lungo opposto, che segue, sembra una soggettiva, uno sguardo opaco sui due, di una qualche entità malefica.

Oppure, seconda ipotesi, dopo la tragedia della cena, in preda al deliquio, a terra, Prescott ripiomba nell’incubo che, all’inizio solo accennato, il finale non fa che riproporre integralmente. È il sogno profetico di un futuro di rovina, quello di un regime crudele, ovvero il nazismo che incombe, un feto malato che, nell’utero della società postbellica, si sta sviluppando. The Childhood of a Leader in quest’ottica è film che esamina con occhio freudiano la gestazione del Reich, l’incubazione dell’orrore hitleriano, scegliendo come momento fecondativo proprio quei trattati di Versailles che chiusero la Grande Guerra: l’intervento degli U.S.A. (già allora polizia del mondo) come sua causa cruciale e Prescott come metaforico innesco della catastrofe (non a caso allevato da un diplomatico americano che partecipa ai negoziati e da una donna tedesca - simboli di un accoppiarsi perverso al quale il ragazzino/Hitler si ribella -) ; la revisione di quel trattato, che imponeva condizioni durissime alla Germania, fu la battaglia sulla quale il partito nazista di Hitler costruì la propria credibilità e il proprio consenso. Corbet, allora, dopo aver giocato con la pista diabolica, rivelerebbe la narrazione come allegoria e il tiranno come figura inscindibile dalla folla che lo osanna (man mano che si procede, l’opera si popola di comparse, fino all’apoteosi dell’adunata finale). E per questo durante la partita a biliardo del primo capitolo, si mette in bocca a Charles (giornalista, osservatore dei fatti storici) il discorso profetico sul tradimento di se stessi, su come la tragedia non stia nell’uomo che ha il coraggio di essere malvagio, ma nei molti che non hanno il coraggio di essere buoni, brano tratto di peso da Il mago (dove era riferito esplicitamente a Hitler e al popolo tedesco), romanzo esistenzialista (sartriano proprio) di John Fowles, labirinto narrativo in cui conscio e inconscio si confrontano in una dialettica continua, in una costante tensione tra proposizione di simboli e loro decrittazione, approccio che il film di Corbet in qualche modo mutua.

Esordio alla regia di grande libertà e ambizione quello di Brady Corbet, americano cresciuto guardando cinema europeo e tenacemente legato a un’idea di autore che è testimoniata anche dal suo peculiare percorso di interprete, opera che mescola generi e accosta attori di estrazione diversissima (l’uso intelligente di Robert Pattinson in chiave recitativa e iconica - presta il suo volto al Prescott adulto, svelando nel finale il tiranno come figlio di Charles -), che propone una trama fitta di influenze, divertissement cinefilo che, senza consacrarsi ad essi, si nutre di citazioni e ammicchi più o meno sotterranei (dall’austera ricostruzione d’epoca, che ha le tinte livide di Maurice Pialat, alle inquietudini polanskiane, dai presagi infernali di The Omen e le illuminate veggenze di Shining alla profetica parata di guasti impliciti della società di Il nastro bianco), fino a diventare una divagazione gotica su come il cinema stesso ha riflettuto sul grande tema dell’orrore del secolo scorso. Non si pone limiti Corbet: chiede a Scott Walker di comporre la colonna sonora, ne fa dettato allucinato dei suoi marcescenti quadri - consacrati al chiaroscuro di un inevitabile 35 mm -, compone inquadrature con ricercatezza pittorica, domina i tempi sospendendo a volte i piani per qualche secondo - quasi a immergervi lo spettatore -, gioca con i livelli rappresentativi con ambiguità sottile, lascia intravedere il sottotesto psicanalitico, mescola ruizianamente realismo storico e visionarietà simbolica. Sublime ai miei occhi, The Childhood of a Leader, anche per come racconta: per semplici indizi, inoculando elementi impliciti, alludendo sornione, aprendo crocicchi in cui lo spettatore si muove con autonomia, dicendo, quest’opera, mille cose senza affermarne nessuna.

Luca Pacilio
Voto: 9
  
(19/07/2017)




BarattiCatenacciDi NicolaFeoleMarelliPacilioPalmieriRangoni Machiavelli
8 8 7.5 7.5 8 9 9 6.5

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