IL BANCHETTO DI NOZZE

(Hsi Yen )

di Ang Lee
TRAMA

Wai Tung, omosessuale di origine taiwanese a Manhattan, inscena un matrimonio con una donna per accontentare i genitori in patria. Ma quest’ultimi sono decisi a partecipare alla cerimonia e giungono negli Stati Uniti.


RECENSIONI

Deliziosa tragicommedia del taiwanese Ang Lee, trasferitosi negli Stati Uniti nel 1978: trasmette sottopelle una munifica, indefinibile sensazione fra malinconia e sorriso, speranza e tragedia, accettazione e desolazione. L’opera parte leggera e scanzonata, cavalcando, in questo senso, una serie di invenzioni e codici anche scontati, per poi trasformarsi in un ritratto paradossale, in un’articolata riflessione sulle distanze generazionali e culturali, sullo scontro fra tradizione (i genitori alla Ozu), con i suoi valori della famiglia, e caos relazionale del nostro (post)moderno, in cui le identità sessuali e socioculturali non si iscrivono più in ruoli precisi e tramandabili. È in questo secondo momento che il regista sorprende nella capacità di astenersi dal giudizio, riuscendo a descrivere, coinvolto ma senza appartenenza, e con dovizia di sfumature, le diverse ragioni in campo: né le convenzioni sociali, né l’omosessualità, né la solitudine, né la menzogna, né i tabù, né quant’altro ci si aspetterebbe fosse additato per suggerire una soluzione, passa sul grande schermo con una qualsivoglia forma di critica. Tutto ciò che accade è come se partecipasse al grande gioco della vita, dove ci si può far male ma anche ridere, dove la sospensione del giudizio e, contemporaneamente, l’affetto con cui si mostra ogni aspetto, anche problematico, dell’esistenza, è la più grande dimostrazione di tolleranza e apertura mentale. Ecco un esempio, per capire lo spirito mai tendenzioso ed opportunistico dell’autore: l’amore che i genitori riversano sulla sposa è talmente contagioso che, alla fine, non scatta il consueto meccanismo narrativo per cui la freddezza con cui è congedato il compagno gay porta irritazione e definisce le zone di giusto/sbagliato. Siamo così abituati al “messaggio” programmato da dimenticare il messaggio: l’accettazione, la comprensione, vale per tutti. Orso d’oro a Berlino.

Niccolò Rangoni Machiavelli
Voto: 8




Rangoni Machiavelli
8

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