GREEN ROOM

(Green Room )

di Jeremy Saulnier
TRAMA

Dopo aver assistito a un atto di violenza orrenda, una giovane punk di una rock band è intrappolata in un luogo isolato. Per sopravvivere, deve combattere contro una banda di skinhead decisi a eliminare tutti i testimoni.


RECENSIONI

Horror-maniaci di tutto il mondo, siete stanchi della sterile proliferazione mainstream che ammorba e svilisce la vostra sottocategoria cinematografica preferita? C'è una buona notizia per voi: ecco un nuovo titolo che placherà la vostra bramosia splatterofila, attraverso un'inflazionata (ma funzionale) riproposizione dell'atavica lotta tra bene e male, in arrivo (sorpresa sorpresa) dal circuito indipendente. Nel caso in questione il binomio good guys/bad guys si tramuta in scontro politico, a tratti generazionale, sicuramente culturale; all'angolo rosso: Gli Aint' Rights, una scapestrata band di punk-rockers della East Coast, nel mezzo di un tour poco fortunoso negli stati del Pacifico; all'angolo blu, il loro improbabile pubblico: un compendio di white trash/supremacy, costituito da un mish-mash di stereotipi filmici (neo-nazi e skin-head in primis) dispersi nei boschi dell'Oregon. E quando alla fine del concerto, i membri del gruppo divengono testimoni involontari di un omicidio passionale all'intero del clan, per poi trovarsi reclusi in un'angusta stanza dai nazi-fascisti, ecco che scatta il survival horror.
Terza fatica alla regia per Jeremy Saulnier, dopo l'incoraggiante pellicola d'esordio Murder Party del 2007, ed il debutto a Cannes nel 2013 con l'acclamato Blue Ruin (che gli vale anche una nomination per il premio John Cassavetes agli Indipendent Spirit Awards). Con Green Room, il regista e sceneggiatore statunitense aggiusta la mira del precedente lungometraggio, in favore di un back to the start dalle forti influenze coeniane; mutamento cromatico innanzitutto: dal blu (è un colore) caldo, ad un verde decisamente meno rassicurante. Lo stile però, quello non cambia: un panismo minimal che investe tutti gli elementi del film, dal plot essenziale (non certo sfavillante di originalità), alla fotografia di Sean Porter, che ammicca energicamente alla visual art. Il risultato: un mixing narratologico di prim'ordine, tra thriller démodé d'autore e sequenze horror-gore degne di un B-movie, capace di accontentare sia i nostalgici del genere, che i nuovi (e meno smaliziati) adepti. Ad avvalorare ancor più il (con)turbante pastiche diegetico, ci pensa il capillare uso del black humor, permeante un concept edificato su nichilismo, sangue e risvolti kafkiani.
Pollice in su anche per il cast, che conta piccole e grandi stelle: doveroso plauso per Sir Patrick Stewart, nel ruolo di un imperturbabile e spietato leader neo-nazista (seppur talvolta in difficoltà nel reprimere l'accetto british); nei panni di Pat, bassista e vero protagonista della vicenda, Anton Yelchin alla sua prima (e sfortunatamente ultima) esperienza da primo attore: prova soddisfacente, nonostante il suo pavido alterego filmico poco o nulla si addica alla cornice punk d'impianto; menzione speciale alla co-star Imogen Poots, sbandata biondina dal grilletto facile, arguta personificazione splatter del deus ex machina.
Con Green Room, Saulnier si riconferma uno dei registi indie più promettenti della nuova generazione, confezionando un amalgama drama-thriller acronico: quando il punk rock londinese incontra le pellicole di Peckinpah. Un'escalation di tensione ed adrenalina, avvalorata da una colonna sonora hardcore in perfetto pendant. 90 minuti di snervante e brutale lotta per la sopravvivenza, in un clima hobbesiano di mors tua vita mea, che ammalia lo spettatore su più fronti: visivo, narrativo e ritmico. Claustrofobico.

Simone Filippini
Voto: 7.5
  
(05/07/2017)




BaronciniCatenacciFeoleFilippiniPacilioRangoni Machiavelli
6.5 6.5 6.5 7.5 5.5 7

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