UN APPUNTAMENTO PER LA SPOSA

(Through The Wall )

di Rama Burshtein
TRAMA

Michal sta per sposarsi. A un mese della cerimonia il fidanzato le confessa di non essere innamorato di lei. I due si lasciano, ma Michal conferma il matrimonio: manca solo un marito.


RECENSIONI

Rama Burshtein, dopo La sposa promessa, continua nella messa in narrativa del mondo dell’ebraismo ortodosso. La regista nata a New York propone una strada alternativa rispetto al cinema d’autore israeliano: il racconto della tradizione ebraica viene affidato al registro popolare e declinato sul filo del genere, qui la commedia drammatica. A trentadue anni Michal ha deciso di sposarsi e, lasciata dal fidanzato che non la ama, conferma comunque la data delle nozze: bisogna solo trovare un marito con l’aiuto di Dio. È già palese in questa premessa la riscrittura ironica dello wedding movie americano, dello stereotipo del matrimonio che affronta peripezie per compiersi, ma tenendo sempre chiara l’identità dello sposo nella mente dei protagonisti e spettatori: al contrario qui è proprio un uomo che manca, circostanza, nello script della stessa cineasta, disegnata assegnando un ruolo narrativo strategico alla religione, per Michal l’atto rituale di sposarsi è così importante che non può essere smentito. Sulla deadline da thriller (c’è una data e un’ora x da rispettare) si sviluppa la vicenda della protagonista, in un percorso a tappe che passa per gli appuntamenti con i pretendenti, girandola di dates in una sorta di Tinder “umanizzato” e sostenuto dalla tradizione. Questi, per Michal, si alternano ai confronti con le amiche e famigliari, che gradualmente certificano la sua condizione e cercano di dissuaderla dall’arrivare all’“assurda” scadenza.
Il titolo originale, alla maniera del precedente Fill the Void, è infatti Through The Wall: «Per poter passare attraverso il muro devi credere al cento per cento che sia possibile, perché se ne sei convinto solo al 99,9% fallisci e ti rompi la testa», afferma l’autrice. Parteggiando apertamente per la candida protagonista, quindi, l’intreccio porta a empatizzare col suo folle progetto e la fiducia cieca nel destino e nell’amore («Sarà l’uomo della mia vita», ripete), ma con un significativo fattore esterno: la riuscita e/o fallimento del piano dipende inevitabilmente dall’altro, dall’opportunità che qualcuno la accolga. Se l’umanesimo di Michal non ha limiti, se l’“estremismo dell’ottimismo” si spinge fino alla fine, il sé da solo non basta a sostanziarlo.
Nel contempo gli incontri della donna mettono a nudo la società israeliana oggi (una Gerusalemme mai citata), dalle figure più tradizionali al cantante rock, secondo lo schema della galleria dei caratteri che si rivela sociologica e simbolica della convivenza tra osservanza e avvenuta secolarizzazione. E insieme Michal smaschera se stessa, dice ciò che pensa, ammette con dolore la propria piccola ipocrisia («Ti incontro perché sono disperata», confessa al giovane sordo). Così il matrimonio, da fatto religioso, acquisisce un valore più ampio e diviene in generale la realizzazione di sé: sposarsi o meno è un traguardo dell’io, decreta un successo e/o sconfitta proprio esistenziale. Dio, forse, non è altro che ottenere un obiettivo. Per questo alla fine la risposta viene iscritta nel volto di Noa Koler, ovvero nella sua essenza complessiva: il primo piano, umano, stringe su di lei e taglia perfino l’abito da sposa. Nella lunga e mirabile ripresa Burshtein ci invita a leggere nella sua espressione la verità che ha davanti: al tempo dello sguardo cinico e dei finali infelici, è l’ennesimo atto di fiducia nei confronti del soggetto.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
  
(21/06/2017)




Di Nicola
6.5

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