QUELLO CHE SO DI LEI


di Martin Provost
TRAMA

Claire è un'ostetrica che nel corso della sua vita professionale ha fatto nascere innumerevoli bambini amando la propria professione. Proprio in un momento difficile per il suo lavoro (si sta per chiudere il reparto maternità) ricompare dal passato una donna che l'aveva fatta soffrire quando era giovane. Si tratta di Béatrice, colei per cui suo padre aveva lasciato la famiglia. Béatrice è malata e ha bisogno di aiuto anche se non ha perso del tutto la vitalità di un tempo. Claire, che ha anche un figlio ormai grande e anche lui in una fase di svolta della propria vita, deve decidere cosa fare.


RECENSIONI

Sage femme è una storia di riconciliazione con l’altro e con se stessi, attraverso il confronto diretto con eventi traumatici, di cui il primo, (non) lo ricordiamo, (ma) è la nascita stessa: l’ostetrica Claire, donna del presente, severa, etica e pragmatica, affronta Béatrice, donna del passato, edonista e fatalista, che si è appena scoperta gravemente malata. Catherine (Frot) e Catherine (Deneuve), Claire e Béatrice, due nomi luminosi, per non dire celestiali, che si aggiungono alla galleria di ritratti di signore di Provost insieme a Violette (2013) e Séraphine (2008), confermando l’interesse del regista (e sceneggiatore) verso l’animo femminile, sono anche e soprattutto due modelli di vita a confronto, due “sage femme”, l’una dedita al mestiere del far nascere, l’altra a quello di vivere (per dirla con Pavese). Nell’intraducibile titolo francese, infatti, “sage femme”, ossia ostetrica, contiene l’attributo della saggezza, qui ravvisabile come attitudine alla vita, da una parte affrontata con prudenza e severità, dall’altra con l’imprevedibilità dei tavoli da gioco: difficile scegliere una carta vincente fra la morigeratezza che finisce per tradursi in austerità e negazione del desiderio di Claire e l’avventatezza rischiosa ma travolgente di Béatrice che contempla, nel suo stile di vita, anche un margine di menzogna funzionale all’innamoramento (dell’ex compagno, padre di Claire), dunque al romanzo –l’aggiunta di quel suffisso polacco che trasformando il suo cognome da Sobo a Sobolevski la tramuta da donna del popolo a aristocratica centroeuropea, è un’invenzione dal sapore letterario che ricorda il romanticismo realista di Balzac, che sulla vita dei dandy polacchi nell’alta società parigina la sapeva lunga-. 

In un’umanissima coesione affettiva che supera le divergenze, Claire e Béatrice, -Frot e Deneuve che hanno in realtà una dozzina d’anni di differenza- finiscono per rappresentare uno stacco generazionale quando anche Claire accetta la tenera bugia che la vede come figlia di Béatrice, cosa che, dopotutto, per un certo tempo e in un certo senso era stata. Si comprende dunque il ruolo di Béatrice che da “passaggio” del senso di transitorietà nella vita di Claire, diventa “passaggio” nel senso di transizione e preservazione: se c’è una cosa che le accomuna, è l’amore per la vita, quello di chi fa nascere bambini e quello di chi la ama spassionatamente e, proprio per questo, non ne è ossessionato. Così dove l’una rifiuta un lento consumarsi nel letto di morte e un attaccamento illogico agli oggetti e, come ultimo gesto, abbandona i propri bagagli, l’altra respinge la moderna fabbrica di bambini che la vuole “tecnico delle nascite”, non più ostetrica, non più “sage femme”. La vita, come il nascere -come il morire-, non può essere ridotta a una questione meccanica, né tantomeno tecnologica, e sotto questo aspetto il film è un atto di preservazione del senso umano dei gesti e della memoria degli stessi: Claire, nella sua carriera, avrà fatto nascere centinaia di bambini, eppure non fatica a ricordare la madre di una ragazza che sopraggiunge a tarda ora per partorire, viva grazie a lei (un cenno autobiografico diventa qui un omaggio discreto del regista verso un atto d’amore e di dedizione).
Il messaggio è chiaro, attuale, bello.
Il ritrovato afflato amoroso che inneggia con un po’ di retorica al ritorno alla terra e ai suoi frutti, entusiasmanti giri in camion, reviviscenze del nonno nel nipote tramite una proiezione di diapositive, baci stampati su labbra e lettere di addio e rossetti come metro della ritrovata femminilità, lo sono un po’ meno –la buona scrittura si assesta tra il vezzo risaputo e la morale silenziosa, a rischio forzatura-. 
Frot e Denevue sono due protagoniste adorabili.   

Alessia Astorri
Voto: 7
  
(12/06/2017)




AstorriDi NicolaPacilio
7 6 7

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