SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

(A Monster Calls )

di Juan Antonio Bayona
TRAMA

Senza amici e con un padre lontano, il giovane Conor O’Malley deve affrontare la malattia terminale della madre. Ad affiancarlo in questo precoce rito di passaggio troverà una creatura fantastica che gli insegnerà il valore delle storie e il potere taumaturgico della narrazione.


RECENSIONI

A prima vista Sette minuti dopo la mezzanotte potrebbe passare per l’ennesimo tassello di quel revival anni ’80 che tanto spazio ha trovato nel cinema e più in generale nella cultura contemporanea, un recupero dell’immaginario che fu, a metà strada tra la nostalgia autentica e la mera mercificazione. Del resto il terzo film di J. A. Bayona (in uscita nel 2018 con Jurassic World 2) si presenta come un coming-of-age spielberghiano sulla linea d’ombra che separa il bambino dall’uomo, un racconto di formazione incentrato sul lutto e sulla forza palingenetica della narrazione nell’affrontare il trauma della perdita. Quest’uscita forzata dalla dimensione più ingenua e pura dell’esistenza è veicolata da un confronto fantastico con una creatura altra, un mostro emerso da una favola gotica (con la voce e le movenze di Liam Neeson) che ha il compito di guidare il giovane Conor O'Malley attraverso la prematura perdita della madre. Tuttavia, nonostante i rapporti evidenti con un certo cinema fantastico, Sette minuti dopo la mezzanotte evita ogni ammiccamento e citazionismo perché la sua origine profonda risiede più addietro, in quei meccanismi archetipali che vedono nell’atto del narrare storie lo strumento principale per affrontare la crescita e il limite (compreso l’ultimo, quello della morte), curare il proprio animo e ricostruire così una nuova e più adulta forma di realtà. Per questo motivo l’orizzonte di riferimento del film di Bayona è soprattutto quello della fiaba, del racconto di racconti all’interno del quale ogni brano è un passo avanti in un percorso di maturazione.

Il viaggio fantastico di Conor (solo mentale, o forse no?), che si confronta con le fasi del lutto mentre la madre combatte la sua ultima battaglia con il cancro, è riportato da Bayona con una sincerità frontale che all’inizio concilia poco la visione. Sette minuti dopo la mezzanotte infatti affronta in maniera talmente plateale e diretta i propri argomenti da non lasciare spazio ad alcuna suggestione. Tutto è detto da subito e molto chiaramente, dal ruolo salvifico della finzione narrativa alle difficoltà proprie di un bambino solitario costretto a confrontarsi con la morte di un genitore, mentre l’altro vive in un continente diverso in compagnia di una nuova famiglia. Senza mezzi toni o sfumature il film (e forse anche il libro da cui deriva, scritto da Patrick Ness ma ideato da un’altra scrittrice, Siobhan Dowd, venuta a mancare anche lei come la madre di Conor) arriva così al cuore della vicenda: le tre storie raccontate dal mostro attraverso le quali Conor può iniziare a confrontarsi con le difficoltà di un mondo adulto, fatto di confini sfumati, prove di fede e dolore. E qui il film regala visivamente le sue carte migliori, tre storie morali riportate con un’animazione digitale di grande impatto, incontro di tecniche diverse come l’acquarello e l’uso di modelli plastici per il 3D. Il mondo fantastico e quello reale raggiungono una compenetrazione tale che in un certo momento è lo stesso Conor a precipitare all’interno delle proprie narrazioni, in un incontro di live action e animazione che rappresenta il punto di non ritorno verso l’accettazione delle parti più oscure di questo percorso. Perché il patto con il mostro e la scoperta delle storie prevede da parte di Conor un prezzo molto caro, la confessione della verità più amara e difficile: non solo il rancore nei confronti della persona che viene a mancare ma, più nel profondo, il desiderio irrisolto che quella storia di dolore possa finalmente chiudersi nel solo modo rimasto, senza che la perdita perduri indefinita in attesa di compiersi. Ecco così che Sette minuti dopo la mezzanotte si trasforma in uno dei più sorprendenti ritratti dell’infanzia visti di recente, un film che si distacca ampiamente dalla massa del genere per il coraggio di sollevare nodi cruciali, scomodi, spesso taciuti, del processo di perdita. Le criticità che emergevano evidenti nell’avvio del racconto diventano così punti di forza, la sincerità didascalica che andava a depotenziare e semplificare si trasforma nella condizione privilegiata e necessaria per un’esposizione diretta, asciutta e priva di pietismo della morte vista attraverso gli occhi di un ragazzo in crescita. Un traguardo raro, importante, che redime con facilità i limiti di un film che non si accontenta di recuperare l’archetipo ma riesce a fare anche un passo avanti.

Matteo Berardini
Voto: 7
  
(05/06/2017)




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