MAL DI PIETRE

(Mal de pierres )

di Nicole Garcia
TRAMA

Gabrielle (Marion Cotillard) viene da un paesino del sud della Francia, in un’epoca in cui il suo desiderio di trovare il vero amore è considerato scandaloso, se non perfino folle. Contro il suo volere, i genitori di Gabrielle la obbligano a sposare José (Alex Brendemühl), un onesto e amorevole contadino spagnolo che, secondo loro, la renderà una donna rispettabile. Un giorno, Garbrielle si reca sulle Alpi per curare i suoi calcoli renali, e lì incontra André (Louis Garrel), un affascinante reduce rimasto ferito durante la guerra d’Indocina.


RECENSIONI

Nicole Garcia ingrandisce il melò. La regista adatta il romanzo di Milena Agus («Avevo bisogno di potermene appropriare liberamente»), sposta l’ambientazione dalla Sardegna alla Francia meridionale, sfronda alcuni e inserisce altri personaggi, riscrive molti passaggi secondo un obiettivo preciso: prendere la fonte letteraria per inscenare il genere cinematografico in quanto tale. Per questo, in Mal de pierres, si annulla il doppio livello narrativo del libro preferendo un racconto piano, circolare, senza stratificazione (sulla pagina la nipote racconta la storia della nonna): l’importante è solo il melodramma. «Il destino di questa donna rappresenta metaforicamente l’immaginazione», dice Nicole Garcia, per Gabrielle l’amore è «un ardore animale». E in tal senso c’erano molte curve possibili nella parabola della protagonista, donna mentalmente disturbata, prima vittima di un matrimonio imposto, poi travolta da un amour fou impossibile. La follia contro la normalità, la singolarità davanti all’omologazione, il legame forzato allo specchio col sentimento vero.
L’autrice di Place Vendôme sceglie di enfatizzare tutto, a partire dall’inizio: Gabrielle/Marion Cotillard si ritrova sulla strada del suo passato (non a caso, un incrocio), la soundtrack sottolinea il momento, la donna scende e rivede il nome dell’amato, mentre l’inquadratura stringe in graduale zoom sul suo volto dove gli occhi diventano umidi. Qui, a titolo di esempio, è la sostanza del film: operazione - in teoria - interessante e perfino metatestuale nel suo continuo ribadire un genere. Ma è proprio mentre frequenta il melodramma che il film si perde: la regista trattiene, resta in superficie, impagina un racconto elementare fatto di opposizioni binarie (come la doppia sequenza sessuale: Gabrielle algida col marito/passionale con l’amante), una vicenda di grana grossa che si concreta nel rapporto tra borderline, Gabrielle e André/Louis Garrel, incontro tra due folli al solito “meno pazzi” degli altri. Gabrielle si lancia quindi in una fuga a elastico, una parentesi nella dittatura sociale che poi si ricompone, seppure con nuova consapevolezza. Insieme allo sceneggiatore Jacques Fieschi, la regista nel rappresentarla inciampa nel paradosso: sulla carta l’intenzione è aumentare il tormento sentimentale ma sullo schermo si esagera poco, così la storia resta dietro a un velo, non esplode mai. L’«ardore» che si vuole ottenere è solo supposto. Tra doppi e rifrazioni, chiusure e slanci, figure a confine tra vita e letteratura, riflesse in Cime tempestose, alla fine ciò che arriva è la forma del melò, non la sua sostanza. E anche Cotillard e Garrel restano ingabbiati nella confezione.

Emanuele Di Nicola
Voto: 4.5
  
(27/04/2017)




BaronciniCatenacciDi NicolaFeoleGregorioPacilio
7 4.5 4.5 5.5 5 5.5

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