L'ALTRO VOLTO DELLA SPERANZA

(Toivon tuolla puolen )

di Aki Kaurismaki
TRAMA

Un giovane siriano in fuga dalla guerra; un finlandese che molla moglie e lavoro. Due fughe dalla vita passata, alla ricerca del loro futuro, della loro felicità. Due destini che si incontreranno.


RECENSIONI

Chissà se la Finlandia esiste davvero, chissà se si trova lì dove l’hanno disegnata i geografi, e chissà chi ha inventato Aki Kaurismäki. Perché lui, a sua volta, con il cinema – e sono (stati) pochissimi in grado di farlo – il mondo se lo è inventato. Questo è il suo Miracolo prima di quello a Le Havre; questo è quello che ci hanno donato le Ombre nel Paradiso e le sue avventure di Vita da bohème, il suo Amleto che si mette in affari, fra Nuvole in viaggio di Leningrad Cowboys, le sue fiammiferaie e uomini senza passato tra Le luci della sera. Solco bressoniano, si sa, ma come premessa fondamentale e fondativa per portarci poi altrove; a un cinema che non esiste più, che nel suo svolgersi piano e inattuale sa raccontarci e vederci, però, come altri non possono fare. Dice che i suoi temi dialogano a distanza con quelli di Zavattini e De Sica; sa di essere “molto più di un regista: vado all’interno delle storie, continuo ad avere gli occhi aperti su questo mondo”. Ecco allora i percorsi esistenziali e le favole, le umanità dolci e insensate, improbabili, i giorni e le notti di personaggi imperdibili ma che si perdono, e fuggono, vagano, approdano provvisoriamente. Kaurismäki riesce a trasformare il loro quotidiano, l’ordinario, il niente, il dettaglio minimo, in stupore per noi, in inspiegabile incanto, in cinema di invisibile fantasia (che soprattutto qui non c’entra con la “tecnica”, è stile, sentimento).
L’altro volto della speranza, del resto, era sguardo, sostanza già custodita in quel Miracolo a Le Havre (ma dal porto della città francese ci ritroviamo ora a ricominciare gli occhi sulle acque di Helsinki, su una carboniera che è diventata rifugio temporaneo). Un volto che ha i tratti e il vissuto, anzi il tempo, di Khaled (Sherwan Haji), giovane siriano scappato dalla guerra che gli ha ucciso famiglia e amore, e del finlandese Wikström (Sakari Kuosmanen, attore centrale nella filmografia del regista) che lascia moglie e lavoro di rappresentante di camicie per ricominciare, cercare un’altra vita. Il primo vuole ritrovare sua sorella, da cui le frontiere e i nuovi muri europei lo hanno separato; il secondo raccoglie una bella somma grazie al suo talento nel poker e rileva un ristorante. Il regista incrocia i loro destini con disinvolta efficacia (ci sarebbe da maledirlo, in realtà: perché dà la sensazione che fare cinema sia la cosa più facile e naturale che ci possa essere; imbriglia ogni “spiegone” in tracce ferme e ipnotiche di poetica fuori norma; toglie alla scrittura ogni minima influenza ragionieristica; si prende tutto il tempo per dare letteralmente voce ai personaggi). Il ristorante “la Pinta Dorata” diventa il più bel teatro dell’assurdo, riserva fantastica di piccola umanità, un nuovo bellissimo paradosso, universo che tenta di inseguire il mondo trasformandosi ora in un ristorante giapponese ora in un sala da ballo, e così via, per poi fallire sempre e ancora ricominciare.

Khaled emerge dal carbone e con la faccia ridotta a una macchia nera, sporca, cerca una stazione di polizia; Wikström si sfila l’anello di matrimonio, chiude la porta di casa, il portabagagli, lo sportello dell’auto e parte. Basta meravigliosamente questo, per essere nel loro viaggio, nelle immagini che li avverano, nel conflitto che non urlano ma che vivono come pure presenze/assenze del film, mentre il regista coltiva l’attesa, liberando i piani rappresentativi, smentendo ogni obbligo drammaturgico. E, in tutto questo, tornano i locali e le sigarette, gli stralunati musicisti cari al cineasta; i neonazisti idioti e ridicoli se la vanno a cercare e poi battono in ritirata; i diritti umani diventano materiale da ottusa e criminale burocrazia. E non manca, mai, non potrebbe, quello che più per convenzione, forse – perché a volte è impossibile dare un nome alle cose –, continuiamo a chiamare umorismo kaurismäkiano. Ma il punto, il mistero, è che il suo cinema continua a produrre miracoli, a inventarli, ad astrarre la realtà e a restituire nuovi sensi, nuove storie, nuovi volti. E a trovare, all’improvviso, le parole che non avevamo mai sentito: “Sembri felice e soddisfatto” dice Khaled al suo amico iracheno. Risposta: “Fingo. Quelli malinconici sono i primi che mandano via. Tutti i malinconici vengono respinti”. Sì, anche solo questo potrebbe bastare.
Orso d’argento per la miglior regia al Festival di Berlino 2017.

Leonardo Gregorio
Voto: 8
  
(18/04/2017)




BarattiBaronciniBellucciBertozziCatenacciDi NicolaFavaraFeole
7.5 6.5 8 6.5 6.5 8 8 8
GregorioMarelliPacilioPalmieriRangoni Machiavelli
8 7 7 8.5 7

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