LA MECCANICA DELLE OMBRE

(La mécanique de l’ombre )

di Thomas Kruithof
TRAMA

Dopo un periodo nero della sua vita il contabile Duval viene assunto per un misterioso lavoro: dovrà ascoltare audiocassette e trascrivere conversazioni alla lettera, senza fare domande.


RECENSIONI

Un uomo qualunque coinvolto in un intrigo criminale. Liberamente ispirato alla crisi degli ostaggi in Libano negli anni ’80 e ai sospetti contemporanei sull’operato dei servizi segreti («Ma non è necessario conoscere le vicende per apprezzare il film», dice il regista), l’esordio di Thomas Kruithof è una reinstallazione del genere nell’oggi. Il titolo già contiene una meccanica: dalla formula hitchcockiana al thriller settantesco, da Coppola a Pollack, dalle conversazioni di Harry Caul all’ascolto delle vite degli altri, La meccanica delle ombre si offre come chiara evocazione di un immaginario. Ambientato in un presente atemporale, spoglio di oggetti tecnologici, il film è un continuo ribadire il meccanismo. In una simbologia evidente Duval è costretto a operare con la macchina da scrivere, atto di ritorno all’analogico, ma non solo: per arrivare dentro all’ingranaggio l’interno di un’audiocassetta viene filmata con uno speciale obiettivo macro-fotografico. Kruithof mostra il congegno in quanto tale. Ed è un congegno impietoso: nella visione del noir come tentativo fallito di governare il disordine, il racconto adotta un protagonista che dopo alcolismo e depressione vuole riassestare la sua vita. Il pretesto, per Duval (un François Cluzet memore dei suoi Chabrol), è il nuovo impiego: attraverso di esso prova a ricomporre l’ordine, nello specifico praticando l’attività di trascrizione come una contabilità (sente ma non ascolta, sbobina e basta), pensando la macchina da scrivere come catena di montaggio. Egli però, da manuale di genere, viene gradualmente risucchiato nel caos: passa dalla stasi all’azione, dalla rassicurazione del trascrivere alla concitazione della paranoia. Dalla vita tranquilla al pasticcio criminale. Il punto di non ritorno scatta nel momento in cui il congegno si avvita su se stesso: Duval sente registrata la propria voce, il serpente si morde la coda. La meccanica leggibile è ormai compromessa, slittata in uno spazio oscuro che è zona di ombra (al singolare nel titolo originale). Nel contrasto tra queste due spinte è il motivo del film: tra la comodità dell’uditore e la nevrosi del coinvolto Duval va verso la seconda, si trova immerso nel dispositivo occulto e diviene anch’egli ombra. A quel punto non resta che un atto illegale (un omicidio provocato) per spaccare la sua condizione. È puro meccanismo di genere.

Il film di Kruithof, aderendo scientificamente ai modelli, si dipana automatico con sottolineature simboliche come la sfacciata metafora del puzzle: Duval compone tasselli, è il suo hobby, quando completa la figura resta a guardarla qualche minuto, per la bellezza del gesto, poi passa oltre. Il puzzle come ovvio correlativo oggettivo dell’intreccio, che infine si mostra nella sua interezza e conduce allo scontro, quindi il precipitare degli eventi viene enfatizzato dalla ripresa dei tasselli sparpagliati. Dall’altra parte il racconto sceglie di edulcorare il protagonista mediante il rapporto con Sara/Alba Rohrwacher: qui puntualizza una resistenza dei sentimenti, un lato umano che malgrado tutto resta, con l’obiettivo di estrapolare Duval dal solo territorio della paranoia nevrotica e concedergli una via d’uscita quasi umanista (fin troppo significativa è l’ultima inquadratura). Citazione vivente di altro cinema, seduta medianica a richiamare i suoi luoghi e umori, La mécanique de l’ombre per paradosso funziona meglio nel rapporto con la contemporaneità, che si insinua più stretto di quello che sembra. Una traccia sotterranea della sua ricaduta lavoristica la indica lo stesso Cluzet: «Mi sembra che l’intrigo possa andare oltre lo spionaggio, essendo applicabile anche in rapporti di autorità, di obbedienza e di alienazione nel mondo del lavoro» (dal pressbook). Ma soprattutto nella parabola di Duval, che prima guarda i sequestri in Tv e poi ne viene implicato, c’è a suo modo uno spirito del tempo. Echi di terrorismo mediatico, politica degli ostaggi, strumentalizzazioni a uso elettorale: nell’evocare un genere che fu Kruithof ci dice che oggi è ancora possibile, perché si addice alle ombre del presente.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6
  
(18/04/2017)




Di Nicola
6

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