MISTER UNIVERSO


di Tizza Covi, Rainer Frimmel
TRAMA

Tairo, giovane addestratore di leoni, è insoddisfatto della sua vita. Quando smarrisce il suo talismano porta fortuna, parte per un viaggio attraverso l’Italia per ritrovare l’uomo che glielo regalò molti anni prima.


RECENSIONI

La prima volta che abbiamo incontrato Tairo, erede di una dinastia circense, era ne La Pivellina, primo film di finzione della coppia Covi-Frimmel, ed era solo un bambino. Lo ritroviamo ora, giovane uomo, in Mister universo e assieme lui tornano tutti i motivi che distinguono il cinema del duo italo-austriaco: il circo e i suoi artisti (o, comunque, il mondo dello spettacolo dal vivo, come il teatro in Der Glanz des Tages), il candore di un’umanità di confine, l’approccio documentaristico all’immagine.
Tairo fa parte di un circo itinerante. Ci possono essere scontri o incomprensioni, ma il grado di confidenza, l’abbattimento di molte barriere che solitamente definiscono il pubblico e il privato, il “mio” e il “tuo”, dipingono una comunità che ridefinisce il concetto di famiglia. Tairo ha pure una fidanzata, la contorsionista Wendy, che lo supporta con premura. Ma il ragazzo è insoddisfatto della sua vita: ora che il leone è morto di vecchiaia, gli rimangono solo una leonessa altrettanto anziana, una tigre e un altro leone poco disposto a collaborare. Con così poche bestie a disposizione, Tairo capisce che il circo non può più essere quello di una volta. È un mondo intero che si sta spegnendo. Quando anche il suo talismano porta fortuna sparisce – una barra di ferro piegata davanti ai suoi occhi dall’uomo più forte del mondo – capisce di doversi fermare a riflettere: decide di ritrovare Arthur Robin, ex mister universo e circense, colui che gli donò il portafortuna. Durante il viaggio, incontrerà i membri di una famiglia allargata, parenti di sangue o di elezione che si stringono attorno a Tairo con un senso di comunità di cui non si trova traccia nelle pratiche sociali che caratterizzano una vita borghese convenzionale. Mister universo è così un film semplice e generoso che, malgrado la ripetitività di uno schema che si ripete scena dopo scena, brilla di un certo calore e di una profonda genuinità di sguardo.
Riguardo all’approccio stilistico, ciò che colpisce non è tanto la modalità quasi-documentaristica, che di per sé non rappresenta un elemento di particolare originalità, quanto il suo venire applicata ad un microcosmo, quello circense, che per sua costituzione confina con il magico, il fiabesco, il surreale. Il circo, in quanto luogo di una realtà altra e popolato da personaggi che si muovono costantemente sul confine fra reale e performance, sembrerebbe rifuggire ogni dispositivo di rappresentazione che miri ad ingabbiarlo dietro i confini ben definiti di un qualsivoglia naturalismo (Jodorowosky ne La danza de la realidad, per esempio, non ci prova nemmeno e opta piuttosto per un onirismo surreale e strabordante). La sfida, riuscita, di Covi-Frimmel consiste proprio nel far convivere slancio documentario e aspirazione al magico in una conversazione cinematografica che renda giustizia ad entrambi i termini. Ne derivano quieto incanto, empatia.
Girato in pellicola, il film è dedicato a tutti coloro che hanno perso il proprio lavoro a causa dell’avvento del cinema digitale. Il cinema di Covi-Frimmel si costituisce dunque anche come un gesto di resistenza, in opposizione alla sparizione di forme e modi artistici tradizionali, tanto il circo quanto il cinema in pellicola, evidentemente considerati più umani. Pare questa una presa di posizione coerente per due cineasti che continuano a concentrarsi su piccoli personaggi in realtà liminali, in un mondo-altro sospeso in diagonale su una società per cui rimangono invisibili.

Eddie Bertozzi
Voto: 6.5
  
(17/03/2017)




BertozziFeoleMarelliPacilioSangiorgio
6.5 6.5 6.5 6 6.5

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