DAVID LYNCH - THE ART LIFE


di Jon Nguyen, Rick Barnes, Olivia Neergaard-Holm
TRAMA

David Lynch racconta gli anni della sua formazione artistica. Dall'infanzia nella tranquilla provincia Americana fino all'arrivo a Philadelphia...


RECENSIONI

È noto, in quasi tutta l’opera (non solo cinematografica) di David Lynch, ben più del visibile, conta l’ignoto; ben più dell’arrivo ad un presunto significato ultimo delle cose, conta la ricerca, la continua apertura di infiniti sensi possibili; ben più della comprensione di ciò che la scatola blu rappresenta, conta tutto ciò che potrebbe rappresentare; più del ritrovarsi, nell’opera di Lynch, conta il perdersi (“e perdersi è meraviglioso” dice egli stesso in un noto libro di interviste edito da minimum fax, che prende il titolo proprio da questo aforisma). Insomma, ben più della presenza (di senso, di logica, di consequenzialità degli eventi e delle cose del mondo), conta l’assenza di questi elementi, la consapevolezza del fatto che l’arte è prima di tutto ricerca, e in quanto tale non può costituirsi come fenomeno precisamente concluso.
Allo stesso modo, quella di Lynch è stata sempre una figura sfuggente, dai contorni volutamente indefiniti, spesso incompresi o incomprensibili, tanto che l’autobiografia a cui sta lavorando (la cui uscita è fissata tra il 2017 e il 2018) è un progetto stimolato dal fatto che "There's a lot of bullshit out there about me, in books and all over the Internet. I want to get all the right information in one place” (da una dichiarazione pubblicata sul Guardian). Lynch insomma, è uno di quegli artisti che paiono essere arrivati da un altro mondo, capace di imporre non solo uno stile visivo e narrativo tremendamente personale, ma anche un modo di essere, un modo di pensare, un modo di osservare e di riflettere sulle cose. Proprio come la sua opera, anche la sua figura sembra essere caratterizzata dallo stesso intersecarsi di presenza e assenza, di comprensione e ignoto. Ed è una situazione che negli ormai undici anni lontano dal cinema (in cui comunque ha pubblicato due dischi, realizzato cortometraggi e un documentario sui Duran Duran) si è andata ad amplificare. Il termine lynchiano infatti, il cui uso si è intensificato dall’inizio dei ’00, continua a ricorrere con una frequenza davvero impressionante (in alcuni casi giustificato da riferimenti evidenti, in altri abusato in letture superficiali o quantomeno discutibili, per cui l’aggettivazione del suo nome è diventata sinonimo di qualsiasi cosa sia “strana e vagamente incomprensibile”): lynchiani sarebbero allora Under The Skin (Jonathan Glazer, 2013) e Lost River (Ryan Gosling, 2014), dichiaratamente lynchiano il mondo di Wayward Pines (sia la trilogia di romanzi di Blake Crouch che la serie tv), lynchiani i videogiochi Alan Wake (2010), Life is Strange (2015) e Virginia (2016). Insomma, sebbene Lynch sia assente dal cinema dal 2006, la sua presenza viene costantemente (e, se possibile, sempre più insistentemente) evocata da più voci, tanto grande è stata la sua influenza nel panorama culturale dei decenni a cavallo del nuovo secolo.

Ora, proprio pochi mesi prima del suo atteso ritorno ad un progetto pienamente personale e prettamente cinematografico (televisivo, ma poco importa) come il sequel di Twin Peaks (i primi due episodi sono previsti per il 21 maggio, su Showtime), arriva nelle sale, in evento speciale distribuito da Wanted Cinema, David Lynch: The Art Life, già presentato nella sezione Venezia Classici di Venezia 73. A dispetto dell’evidente intimità che traspare dal progetto, il film diretto da Jon Nguyen, Rick Barnes e Olivia Neergaard-Holm ha tutti i numeri di un’impresa titanica: 12 anni di lavoro, 700 ore di girato (da cui sono stati estrapolati solamente 90 minuti) e un finanziamento arrivato in buona parte dal crowdfunding su Kickstarter, per realizzare un documentario che indaga il Lynch prima di Lynch, dalla sua infanzia alla travagliata lavorazione di Eraserhead, passando per la famiglia, la pittura, i cortometraggi; l’arte. Un film sul suo passato, dunque (“ogni volta che si dipinge o si fa qualcosa partendo da certe nostre idee, a volte è il nostro passato che magicamente le evoca e le colora. E anche se si tratta di idee nuove è sempre il passato che le colora”), in cui il racconto, in prima persona, si fa allo stesso tempo confessione e testamento, un diario dei ricordi (dedicato a Lula Boginia Lynch, sua quarta figlia in quattro matrimoni, nata nel 2012) dal quale ad emergere è la figura di un artista d’altri tempi, un uomo che concepisce l’arte e la vita come due elementi inscindibili: l’una è semplicemente l’unico mezzo possibile per cercare di arrivare ad una qualsivoglia comprensione dell’altra.

Insomma, date queste premesse, ci si potrebbe immaginare un film pienamente dominato dalla persona di Lynch, un film che restituisca appieno la sua appartenenza al mondo, in cui i racconti di una vita si facciano appunto testimonianza e prove inconfutabili di una presenza. Cosa che però (e qui, anche alla luce di quanto ricordato nell’introduzione, sta la grande e precisa intuizione dei tre registi) non avviene. O quantomeno non del tutto. A differenza, ad esempio, del De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow (2015), dove la presenza di De Palma in quanto protagonista e narratore rappresentava il vero fulcro dell’operazione, The Art Life è un film di sole assenze, dominato dal rimosso (non è un caso che dei primi cortometraggi di Lynch vediamo quasi esclusivamente sequenze tagliate): il terrificante racconto d’infanzia di quando il piccolo David vide una donna completamente nuda e sotto shock sul ciglio della via o la sua allucinata esperienza con la marijuana in autostrada sono segni evidenti di quelli che poi diventeranno tratti fondamentali della sua arte (Isabella Rossellini in Velluto Blu, i titoli di testa di Strade Perdute, la sequenza notturna in macchina all’inizio di Mulholland Drive), qui raccontati però solamente in quanto aneddoti, incubi vissuti in gioventù. Spesso il Lynch al lavoro sulle sue opere è ripreso fuori fuoco, e quasi mai la voce over del racconto aderisce al corpo: sappiamo da dove proviene, abbiamo le coordinate spaziali dello studio (simile, in realtà, ad una prigione) in cui sta narrando la sua storia, ma allo stesso tempo la voce rimane sempre disincarnata, sospesa, astratta, quasi a voler restituire quella sensazione di presenza debole nel mondo in cui Lynch sembra aver vissuto, così impegnato da sempre nella ricerca di se stesso attraverso l’arte (e, anche se non ne parla nel film, il suo costante e risaputo interesse per la meditazione trascendentale). Sempre a questo proposito, è una voce che attraversa tre tempi differenti (il presente è il tempo del racconto in fieri, il passato prossimo è quello in cui Lynch è al lavoro sulle sue opere, e infine il passato remoto, ovvero il tempo dei filmati della sua infanzia, delle fotografie e soprattutto degli inserti extradiegetici dei suoi lavori, disegni, dipinti, a cui spesso è affidata la componente visiva dei racconti) e che allo stesso tempo sembra non appartenere pienamente a nessuno dei tre. Perfino nell’emozionante finale, quando la natura testamentario-diarìstica (e sì, lievemente funerea) del racconto raggiunge il suo massimo grado di espressione, l’immagine del presente si esprime apertamente al passato, facendo trapelare una nostalgia che fino a quel momento era stata così ben compressa: “È stato bellissimo. Proprio tutto”.

Marco Catenacci
Voto: 7
  
(22/02/2017)




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5 7 6.5

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