KUBO E LA SPADA MAGICA

(Kubo and the Two Strings )

di Travis Knight
TRAMA

In un mitologico Giappone, un ragazzino di nome Kubo si guadagna da vivere raccontando storie attraverso magici origami animati e si prende cura della madre malata. Al calare del sole deve nascondersi dalle zie-streghe e dal nonno che, ogni notte, gli danno la caccia. Accompagnato da una scimmia parlante parte alla ricerca di una magica armatura, unica arma in grado di sconfiggerli.


RECENSIONI

“In some ways, Kubo is me – he’s a storyteller, he’s a musician, he’s an animator in the way he brings these origami creations to life.”

Così si definisce Travis Knight, per anni animatore, produttore e ora, finalmente , anche regista (ha avuto inoltre precedentemente una breve carriera da rapper).
Figlio di Phil Knight (co-fondatore e presidente della Nike), ha cominciato come intern presso i Will Vinton Studios (La Sposa Cadavere) fino a rilevarli (grazie ai soldi di papà, ora azionista di maggioranza) e ribattezzarli Laika, che sin dal loro primo lungometraggio, Coraline e la porta magica, si sono imposti come leader indiscussi nel campo della stop motion, in primis per la straordinaria maestria con cui hanno ridefinito la più antica tecnica di animazione esistente.
I tradizionali puppet di plastilina (si perdoni l'idioma inglese, ma pupazzi suona alquanto riduttivo) dotati di scheletro in metallo si fondono perfettamente con VFX in computer grafica al punto da rendere quasi impossibile cogliere la differenza a occhio nudo. Non solo, ma la vera chicca distintiva della Laika è l'utilizzo costante di stampanti 3D per realizzare le parti inferiori dei visi dei personaggi da modelli in CG permettendo maggiore libertà artistica nelle espressioni e nel labiale.
Altra peculiarità è la scelta di storie piuttosto dark in universi fantasy popolati, a seconda dei casi, da bambole, zombie e mostri. Stavolta tocca invece alla mitologia giapponese con streghe, scheletri giganti e un po' di magia, il tutto, come sempre, attraverso un look unico, a tratti grottesco (qui nello specifico si sono ispirati all'artista Kiyoshi Saito).

Il film Kubo e la spada magica (in inglese il meno puerile e approssimativo Kubo and the Two Strings) nasce da una idea del concept artist e animatore Shannon Tindle, ma fatta subito propria da Travis Knight, che vi ha proiettato i ricordi di un viaggio fatto in Giappone col padre quando era bambino. Nel suo di viaggio, Kubo è invece accompagnato da una apprensiva scimmia parlante e da un chiassoso scarabeo umanoide, personaggi che lo spettatore più smaliziato non tarderà a smascherare, complici anche i numerosi siparietti domestici che rallegrano la spedizione.
Una famiglia atipica per aspetto (tratto in comune col precedente Boxtrolls – Le scatole magiche) ma anche una famiglia da cui fuggire (in controtendenza con qualsiasi trend e clichè hollywoodiano) dato che le zie del ragazzo gli sono alle calcagna per strappargli l'occhio restante; al primo ci ha già pensato il nonno, lo spietato re Luna, una sorta di divinità che ripudia l'umanità per sbarazzarsi della quale (anche della propria) si acceca e acceca per non vedere odio, sofferenza, ma anche – e inevitabilmente - amore e gioia.
Di tale quest, che è anche un po' videogame, (la spada, l'elmo e l'armatura da ritrovare sono indispensabili per sconfiggere il cattivo), è lui il mostro finale – in tutti i sensi - e Kubo, suo nipote è chiamato a sconfiggerlo; idea questa che può quasi sembrare politicamente scorretta, mentre quella degli zii omicidi è presente in animazione già in alcuni film Disney (Il Re Leone, Hercules).
Più convenzionale è la love story di stampo shakespeariano tra i genitori di Kubo, ovvero la figlia del re Luna, e un samurai leggendario che sembra ormai destinato a vivere solo nelle storie che Kubo racconta attraverso gli origami, ma prima ancora nei ricordi dell'amata che piano piano svaniscono.
Ecco quindi che le storie non vengono mai finite, gli astanti rimangono scontenti e la Storia si ribella – perchè vuole essere raccontata – in forma di origami-samurai guidando il suo stesso protagonista.
E se le storie non vengono finite è a causa del Nulla - da sempre nemico delle Storie, come insegna Michael Ende - il buio dei ricordi che si perdono, come per lo scarabeo umanoide, la madre e il nonno di Kubo, la cui identità verrà infine ricostruita (o riplasmata) da una memoria collettiva nell'ambiguo finale, dove Kubo si conferma narratore della sua storia con tanto di o mythos deloi oti (la favola insegna che).
E cosa mai insegnerà la storia? Che la grandezza dell'umanità e la sua “immortalità” stanno nel ricordo dell'amore vissuto, perduto (prima o poi tocca, c'è sempre una fine), raccontato in un ciclo che ne perpetua, appunto, l'amore.
E veniamo quindi ai difetti di un film, che sembra forse voler raccontare troppo e in troppo poco tempo, in modo un po' didascalico, dovendo ricorrere all'amato-odiato spiegone (per giunta durante la battaglia finale) in un climax che ricorda molto quello visto in un altro Laika, Paranorman. Poco importa però, perchè ciò che si premia non è la gelida e disumana perfezione, ma il rischio (l'happy ending non è poi così felice), i lampi di genio, la voglia di andare oltre.
Non oltre la storia però, come il nonno, che invece desidera l'infinito, una vuota e gelida immortalità.
Perchè le storie hanno una fine, tutte. E infatti il regista (nonché CEO della Laika ricordiamolo) lo ribadisce con orgoglio anche quando rivendica la sua non appartenenza al meccanismo hollywoodiano dei sequel-prequel-spinoff. Non sono previsti seguiti per nessuno dei film prodotti dallo studio perchè sarebbe, secondo lui, un controsenso con quanto già raccontato.

The way we approach our stories is we imagine each film as if it’s the most meaningful experience of our protagonist’s life. If that’s your point of view, your sequel is automatically either going to be (A) a diminishment of that – is it the second most important experience of your protagonist’s life? Or, (B) you’ve got to crank up the volume so much, everything’s sensory overload, and becomes comical how much you have to ratchet it up to justify its existence. I’m not interested in that. I don’t want to do that. I want to tell new and original stories.
Ed è anche questo che rende unico e irripetibile, quasi utopico, il modello Laika: nessun licensing, nessuna serie TV, nessun merchandising; praticamente tutto l'opposto del grande mercato del franchise a cui Hollywood tutta punta.
Una utopia appunto, perchè obbliga ogni film a dover essere un successo, per finanziare il success(iv)o, in un loop infinito, dato che non si può fare affidamento su altri asset.
E questo piccolo miracolo che sa di artigianato è possibile solo grazie al fatto che, sostanzialmente, non è interesse di nessuno che questi film generino grandi introiti... tanto c'è papà-mecenate che paga, sempre che il budget resti sotto controllo (in ogni caso questi film costano una frazione dei grandi blockbuster Disney-Pixar). E che se ne approfitti finchè dura. Mai è capitato che uno studio di stop motion abbia tenuto assieme la stessa crew così a lungo (ormai sono dieci anni), cosa che ha realmente permesso le prodezze visive del film, perchè gli artisti si sono forgiati gradualmente sulle lezioni e sugli errori imparati nei film a cui hanno partecipato uno dopo l'altro.
Come l'enorme puppet dello scheletro il cui trucco è svelato nella, metafilmica come sempre, scena post credit... ma allora c'è davvero qualcosa oltre la storia!

Michele Sottile
Voto: 8
  
(25/01/2017)




BaronciniBilliCompianiRangoni MachiavelliSottile
6 8 7 7 8

Back