LES AMOURS IMAGINAIRES

(Les amours imaginaires )

di Xavier Dolan
TRAMA

Francis e Marie, amici da tempo, conoscono ad un pranzo Nicolas. Il nuovo arrivato diventa subito oggetto del desiderio di entrambi.


RECENSIONI

"Il n'y a de vrai au monde que de déraisonner d'amour". Si apre con questa citazione di Alfred De Musset l'opera seconda del giovanissimo Xavier Dolan, ventenne all'epoca delle riprese. E da subito delimita il campo di visione e riflessione, smentisce qualsiasi ipotesi di approccio pacatamente razionale, ne proclama nonostante ciò la verità, che è intima e bruciante. Ancora una volta un'opera in prima persona, un'autoanalisi caotica e frammentaria che guarda allucinata i fantasmi d'amore che infestano ogni formazione sentimentale. Lo fa, però, con tocco più lieve rispetto al furore dell'esordio, limitando le ambizioni. Effettivamente, ad oggi, Les amours imaginaires risulta essere l'opera più "leggera" del giovane autore canadese, l'unica in cui Dolan affronti, pur con la sua sensibilità scorticata e sfacciatamente mélo, il registro della commedia: una teen comedy nevrotica che raggela le gag in un umorismo dalla modalità deadpan. E anche la soggettività dolaniana risulta meno esasperata, più mediata rispetto all'esordio, condivisa con una generazione, la sua, che come un coro greco punteggia la storia del disastroso e illusorio ménage à trois di Francis, Marie e Nicolas, in una serie di confessioni che vertono su tragicomici aneddoti sentimentali, percezioni del desiderio alterate, inganni e soprattutto autoinganni amorosi. Il continuo - anche molesto - stringersi ed allargarsi dell'obiettivo sui volti degli intervistati tradisce però l'incapacità di starne a distanza, il fallimento di uno sguardo distaccato, la presenza di un "io" che sgomita: Dolan, pur dando la parola ad altri, al momento non può che parlare di se stesso. La macchina da presa riproduce, come uno specchio, i tic nervosi della sua recitazione.

Non d'amore si parla e si (s)ragiona in Les amours imaginaires ma della sua immagine bugiarda, delle sue proiezioni evanescenti, dell'idea dell'amore che prescinde dalla persona amata, ricreata anzi a proprio piacimento. Con tutti i rischi che ne derivano quando la fragile immagine così accuratamente composta si frantuma in mille taglientissimi pezzi. Nicolas, il biondo e androgino oggetto del desiderio della coppia di amici-rivali Francis e Marie, è un bravo ragazzo senza qualità, avvenente ma opaco, colto ma senza spiccate conoscenze, inclassificabile sulla scala Kinsey, pura superficie insomma, pensiero stupendo, materia modellabile, uno schermo bianco. Durante una festa, sulle note di Pass This On di The Knife, le luci stroboscopiche creano il setting onirico perfetto per una proiezione privata ad uso esclusivo dei due innamorati: Nicolas, trasfigurato in mero simbolo, appare di volta in volta come un angelo ubriaco, il David di Michelangelo, una creatura disegnata da Jean Cocteau. Dolan quindi conferma e rilancia il suo stile rapsodico, che giustappone spudorata estetica videoclip, sketch spesso sospesi in languidi e insistiti ralenti (il refrain Bang Bang di Dalida), accesi cromatismi (gli incontri con gli amanti occasionali virati in verde, rosso, giallo, blu), mettendolo al servizio di una storia che celebra con addolorata e irridente consapevolezza il primato dell'immagine sulla sostanza, dell'illusione - e della delusione - sulla realtà, erotizzando le squillanti forme pop, trastullandosi coi feticci (letteralmente: Francis che si masturba annusando i vestiti di Nicolas; obliquamente: il gusto spiccato per il rétro sia nel décor che nell'abbigliamento femminile), assecondando la bulimia di riferimenti più o meno consapevoli (dichiarati: Wong Kar-wai, Gus Van Sant; inconsapevoli: il primo Godard, il cinema-vita di Garrel). In questo trionfo spietato dell'amore come riproduzione mentale il cinema diventa l'unica scuola di vita possibile, modello comportamentale assoluto: il ricordo di altri triangoli del grande schermo, le icone Audrey Hepburn, James Dean, Jean Gabin indicano la strada, che si rivela però un vicolo cieco.

Opera esile e inevitabilmente ombelicale, adorabile e detestabile per le medesime ragioni, Les amours imaginaires sbanda e indugia, gira a vuoto perché non può fare altrimenti, si macera in un masochismo narcisista che dice però chiaro e tondo chi è Dolan, ribadendone pur nelle fragilità il potenziale. Se qui il suo "io" si è sdoppiato in Francis e Marie, i tempi sono infatti maturi per rivolgere lo sguardo all'altro da sé, per uscire dalle maglie dell'autobiografismo a tutti i costi, per credere in qualcos'altro: Laurence Anyways, ad oggi probabilmente il suo lavoro migliore, annunciato dall'apparizione finale di Louis Garrel che doveva esserne originariamente il protagonista, è alle porte.

Michele Favara
Voto: 6.5
  
(28/12/2016)




BellucciBertozziBilliDi NicolaFavaraFeoleMarelliPacilio
7.5 5 4.5 7.5 6.5 7 6.5 7.5
Rangoni Machiavelli
7

Back