GENIUS

(Genius )

di Michael Grandage
TRAMA

New York, anni Venti. Max Perkins, già editore di Hemingway e Fitzgerald, riceve nel suo studio un giovane scrittore che gli ha inviato un manoscritto di circa mille pagine: è Thomas C. Wolfe.


RECENSIONI

La relazione tra scrittore e editor. La sottile linea compositiva che separa la fine dalla scrittura dall’inizio dell’editing: come questo può migliorare, peggiorare o perfino manipolare il testo cambiandone la sostanza. E dopo, la sua storicizzazione: quanto lo scrittore deve al suo editor, se è stato valorizzato correttamente o tagliato brutalmente. Questo “problema”, nella letteratura del tardo Novecento, è stato simboleggiato dal rapporto tra Raymond Carver e il suo editore Gordon Lish. Ma non solo: meno noto ma imprescindibile è il caso di Lune di miele di Chuck Kinder (in originale Honeymooners), leggendario romanzo di oltre 3.500 pagine ridotto a 383 pagine (edizione Fazi) dalla revisione di Scott Turow. Che ha innescato un abisso: lo stesso Kinder è diventato letteratura nello splendido romanzo Wonder Boys di Michael Chabon, raffigurato nel personaggio di Grady Tripp, insegnante di inglese al college che non riesce a trovare un finale al suo libro-monstre. E poi, a chiudere la spirale, il film Wonder Boys di Curtis Hanson in cui Kinder-Tripp diviene Michael Douglas.
Introduzione/divagazione a parte però, a memoria, non si ricorda un film su questo tema: ecco allora Genius che cinematografizza il rapporto tra Max Perkins e Thomas C. Wolfe. Il punto di origine è la biografia Max Perkins: Editor of Genius di A. Scott Berg, che il regista teatrale Michael Grandage traspone per il debutto cinematografico. Non è un caso: l’interazione tra i co-protagonisti si dispiega soprattutto in interni, dentro stanze e salotti, affidata al dialogo serrato che frequenta varie modulazioni seguendo le oscillazioni della relazione Perkins/Wolfe (amicizia, scontro, affetto, rottura). Naturale che Grandage ne sia stato attratto.

Max, editore affermato, legge il manoscritto di Thomas, giovane che ha composto un’opera fiume sempre rifiutata: vede nella sua scrittura una scintilla e così Max, abituato ai romanzieri difficili, riceve Thomas proponendogli l’editing del libro che diventerà Angelo, guarda il passato. È l’inizio di un rapporto sofferto, fatto di slanci e frenate, in cui il livello letterario si intreccia a quello personale e interiore: un contrasto di caratteri, la mente analitica e minuziosa di Max contro l’inquieto e non riconciliato Thomas, egoista e alcolista, che si divide tra l’apprezzamento per l’azione editoriale e la sua feroce contestazione. Malgrado le asperità, però, l’editore ha visto un talento che non intende tralasciare: per farlo sbocciare mette in gioco se stesso, intrecciando il lavoro alle emozioni, l’esterno all’interno, il duro processo editoriale a quello intimo dell’amicizia. Perkins migliora il lavoro di Wolfe o lo sfronda soltanto? Se la sceneggiatura sostiene la prima ipotesi i personaggi, nel viverla, sollevano il dubbio. Ma il punto rimane il rapporto: da una parte il concorso di abilità e ispirazione, dall’altra l’elisione dei rapporti umani, il grado zero dei sentimenti che concorre alla creazione di capolavori. E infatti sono molti i possibili “geni” disseminati nell’intreccio: Wolfe nella scrittura e Perkins nell’editing (qui l’editore non è meno fondamentale dell’autore), chiaramente, ma c’è “un po’ di genio” anche in Aline/Nicole Kidman, donna umiliata di Thomas che genialmente impara a non amarlo, e nel suo rovescio Louise/Laura Linney, donna di Max che genialmente ne sopporta l’impiego sfiancante.
Il film in atto però non esaudisce quello in potenza: i nodi spinosi vengono esposti ma restano in superficie, non ottengono profondità, si limitano ad essere enunciati dalle figure su cui sono iscritti. È un botta e risposta serrato, ma senza conseguenze: c’è declamazione, non introspezione. Se Grandage gestisce adeguatamente la teatralità della situazione, inoltre, denuncia tutte le difficoltà dell’esordio nella messinscena cinematografica: drammatizzazione visiva eccessiva, riprese al confine col banale (la scena in stazione), raccordi in loop scontati (Thomas sotto la pioggia), pedine di contorno almeno discutibili - desolanti le macchiette di Fitzgerald e Hemingway (cameo di Guy Pearce e Dominic West). La storia peraltro soffre uno squilibrio attoriale quasi clamoroso: se Colin Firth disegna precisamente l’archetipo dell’editore anni Venti, cristallizzato nella posa/espressione complessa, con quel cappello che non si toglie mai neanche in salotto, Jude Law sbaglia registro e va completamente allo sbando nei panni dello scrittore che si agita, urla, sgrana gli occhi. La dissonanza tra i due è talmente stridente che vale come dimostrazione: c’è una differenza fondamentale tra archetipo (Firth/Perkins) e stereotipo (Law/Wolfe). Difficile, così, bucare l’apparenza e arrivare al cuore delle cose. Presentato in Concorso al Festival di Berlino 2016.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5
  
(22/11/2016)




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