THE ACCOUNTANT

(The Accountant )

di Gavin O'Connor
TRAMA

Christian Wolff è un genio della matematica: sotto la copertura di un ufficio di consulenza fiscale, lavora come commercialista freelance per alcune delle organizzazioni criminali più pericolose del pianeta. Quando la Sezione Crimini del Dipartimento del Tesoro inizia a sospettare di lui, Christian assume un incarico da un cliente legittimo.


RECENSIONI

Il puzzle a rovescio, che vediamo all’inizio del film, è l’immagine programmatica che contiene e descrive The Accountant: ci parla da una parte dell’ossessione per l’ordine da ricostruire - prerogativa dell’attività del contabile protagonista -, dall’altra rimanda alla logica narrativa di una vicenda che il film costruisce pezzo per pezzo e di cui, solo alla fine, ci consegna il quadro definitivo. Un puzzle al contrario, perché la tessera finale risiede in una scena che vediamo nei primi dieci minuti, che sembra soltanto un flashback esplicativo della condizione autistica del protagonista, ma che in realtà concentra in sé tutti i nodi del plot: il pezzo che esaurisce il quadro era già in nostro possesso, solo che non potevamo vederlo (era sotto il tavolo).
Č insomma, quello di The Accountant, un impianto molto classico di film ludico, di lavoro a incastro, di cui tutti gli elementi ci vengono consegnati nella prima parte: l’autismo del protagonista, l’atteggiamento del padre e l’abbandono della madre, l’ossessione per il completamento del lavoro e per la chiusura dei conti, la filastrocca che viene ripetuta come un mantra, non sono solo indicazioni sulla personalità del protagonista, ma altrettanti pezzi che stanno cercando la loro collocazione significativa all’interno del racconto e che la troveranno nella seconda parte. Allo stesso modo il flashback della strage con cui si apre il film costituisce un elemento decisivo che al momento giusto assumerà senso e determinerà una delle agnizioni clamorose (ce ne sono almeno tre) sulle quali il film può contare.

The Accountant procede attraverso una serie di vicende che vengono precisate man mano, le storie dei personaggi emergono gradualmente e così le loro rispettive relazioni. I passaggi del racconto, inizialmente oscuri, attraverso una gestione disinvolta dei piani temporali si illumineranno di senso: il caos pittorico di Pollock assume il ruolo di antidoto all’esattezza matematica di una vita fatta di regole imposte e autoimposte, di rigore e precisione (del resto: «Amo le incongruenze»), le sedute di luci strobo e musica techno assordante vanno comprese come altrettante prove a cui Christian sottopone la sua personalità e le sue debolezze.
Essendo poi un film diretto da Gavin O’Connor (qui al servizio di una sceneggiatura di Bill Dubuque, già penna del sottovalutato The Judge) non si risolve solo in un’operazione che mescola sapientemente ingredienti di generi diversi e relativi paradigmi, ma anche in uno scavo approfondito dei caratteri e nella calibratura dell’impatto drammatico di una storia che non teme la lambiccatura e che si muove su due piani narrativi paralleli: quello del protagonista e quello investigativo.

The Accountant è allora un thriller sì, ma concettuale; un giallo finanziario, certo, ma a scatole cinesi; un action ben orchestrato, ma decisamente umano; un grande intrattenimento (la scena della bomba a mano è una trovata sorprendente), ma mai banalmente spettacolare; un film vagamente novantesco (sembra un Grisham della prima ora), ma perfettamente inserito nello scenario contemporaneo; un’opera che sa prendersi le sue pause riflessive e in cui non mancano accenni ironici (il risvolto brillante delle situazioni legate all’Asperger - come in Rain Man -) o romantici (Ben Affleck socchiude la porta, la fessura si restringe lentissimamente sulla figura della donna quale miraggio irraggiungibile che si vuol far durare il più possibile), che mette sul piatto una figura sfaccettata, dotata di un cervello matematico, di una sensibilità che non riesce a disseppellire (la dichiarazione d’amore di Christian a Dana è tutta implicita e risiede nella scelta di un hotel di lusso come destinazione della fuga; nella suite non si vede mai il letto matrimoniale - la stessa Dana dormirà sul divano -: il sesso rimane un’utopia), ma anche di un corpo forgiato da una disciplina inflessibile che ne ha fatto una macchina da guerra imbattibile (coscientemente supereroica - si pensi anche all’handicap rovesciato in arma, all’identità segreta, al rifugio e al veicolo del protagonista -; se nel film c’è un dato metatestuale, legato ai ruoli fumettistici di Ben Affleck, è questo, accentuato dal minimalismo espressivo a cui l’attore consacra la sua recitazione).
Dopo lo sporco dramma familiare dello splendido Pride & Glory e la tragica figura martoriata di Tom Hardy in Warrior questo film si colloca in pieno, seppure attraverso una messinscena di tutt’altro tenore - gelida, geometrica che rispecchia in questo la personalità del suo protagonista - all’interno di uno scenario autoriale, coerente con i succitati, in cui vive un mondo familiare dilaniato, marcato dal rapporto tra fratelli e dominato dal Padre, figura chiave che,  segnando destini, avvia un processo di elaborazione di traumi e di tormentata riconciliazione con il passato, non così lontano da quello del western esistenziale Jane Got a Gun (il precedente, un flop) in cui la storia di una famiglia disgregata veniva ricomposta pezzo a pezzo su un piano di rivelazioni scandito in modo molto simile.

Luca Pacilio
Voto: 7.5
  
(14/11/2016)




BarattiDi NicolaPacilioRangoni MachiavelliSangiorgioSaso
7 7.5 7.5 7 6.5 6.5

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