LA RAGAZZA DEL TRENO

(The girl on the train )

di Tate Taylor
TRAMA

Abbandonata dal marito e disoccupata perché alcolizzata, Rachel riempie le sue giornate viaggiando in treno. Rimane così invischiata nella vita di una coppia che abita al di là delle rotaie.


RECENSIONI
Giorni perduti

La ragazza del treno è la pronta trasposizione di un grande successo editoriale, un giallo-thriller abilissimo nell’inchiodare i lettori alle pagine nonostante i toni cupi e senza speranza, nonostante temi come abbandono ed alcolismo. Ma ci sono tradimenti, passati oscuri, amori mai dimenticati, nonché furbizia, e questo ha aiutato molto.
Il film, invece, è un oggetto con un certo potenziale, ma che lascia subito perplessi.
La struttura incentrata sui monologhi interiori - solo femminili: la protagonista, ma anche la vittima e, occasionalmente, in modo un po’ forzato, l’antagonista sentimentale - viene proposta in principio, quasi per non deludere i lettori, ma poi subito abbandonata.
La scansione temporale delle scene, con flashback che avvicinano alla rivelazione, trasmette una sensazione di disordine, per discontinuità, salti, sogni, veri e falsi ricordi che sconfinano qua e là.
La prima parte della pellicola condensa una quantità di informazioni, ma anche di fulcri narrativi, che ben presto disorientano e desensibilizzano.
Quasi subito si avverte che il gioco non funziona, pagando il pegno di un’indecisione continua. In principio le atmosfere stile La finestra sul cortile vedono in primo piano una donna che, non avendo più una vita, o meglio non accettandola, si rifugia prepotentemente in quella di altri. Da un lato quella che vorrebbe, in forma idealizzata, dall’altro quella che ha perso. Se si coltivasse questa prospettiva, valorizzandola, lo spettatore potrebbe partecipare. Materiale ce ne sarebbe, anche se non originalissimo: l’anestesia del fantasticare, la ferita e l’offesa del tradimento, la moderna tortura che passa per i Social Network - perfetto il parallelismo che associa spiare da un finestrino a spiare su Facebook -, l’irrinunciabile masochismo di chi è a terra. E poi l’alcolismo e tutto quel che ne consegue, dal perenne senso di colpa alla perdita di sé. Per non dire della maternità e della sua impossibilità.

Quando però comincia il giallo il film perde subito una direzione chiara, lasciando un po’ sotto traccia la personale ricerca della verità che diviene una missione per la protagonista, e sbandando vistosamente su percorsi inverosimili: i sospetti della polizia che cadono decisi su di lei, l’eccessiva indignazione per l’altrui infedeltà e così via. Tutte deviazioni che tolgono chiarezza alla narrazione e la depotenziano irrimediabilmente.
Con tanta carne al fuoco, gli altri personaggi femminili escono appena abbozzati, con passaggi di sceneggiatura maldestri. L’antipatica viene caratterizzata solo come antipatica, la figura più complessa si racconta con frasi esplicative che sono etichette.
Quasi inesistenti i caratteri maschili. A costruire un quadro ed uno svolgimento non fluidi e non convincenti contribuisce anche l’insieme degli interpreti, in larga parte inadeguato, con la parziale eccezione di Emily Blunt, almeno volenterosa.
Qualche sequenza è abbastanza riuscita, ma il coinvolgimento non è mai profondo come le tematiche vorrebbero. Il finale, poi, trasmette la sensazione di un lavoro di serie B, superficiale ed approssimativo, con una scena chiave mal girata ed una chiusura banale e didascalica, quasi il pensierino di un bambino delle scuole elementari.

Raffaella Saso
Voto: 5
  
(10/11/2016)




BaronciniPacilioSaso
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