HUSH - Il terrore del silenzio

(Hush )

di Mike Flanagan
TRAMA

La scrittrice sordomuta Madison Young riceve la visita di un uomo mascherato che vuole ucciderla.


RECENSIONI

Mike Flanagan affronta l’home invasion: scritto con la moglie Kate Siegel che lo interpreta, Hush (Silenzio) è un piccolo film low budget che si presenta come dichiarato esercizio di genere. Il regista di Oculus parte dalla presunta vittima sordomuta, topos che riecheggia La scala a chiocciola di Siodmak (Maddy come Elena/Dorothy McGuire nel noir del 1945), e la immerge nei feticci ipertecnologici dell’oggi, da whatsapp a skype: scenario posto per sottolineare la diversità di Maddie, costretta ad affidarsi a mezzi alternativi a quelli verbali-auditivi per comunicare, e questo le impedisce di chiamare aiuto. Nella connessione perenne del contemporaneo l’invasore non viene udito, ma è intravisto in secondo piano dall’interlocutore in videochat: e per Maddy a far scattare l’allarme è un fotomessaggio che ritrae se stessa, inviato dal proprio iphone. Il tecnologico, per lei, è supporti visivi e vibrazioni. Flanagan accenna elementi e poi li lascia per deviare sul meccanismo puro: la protagonista, scrittrice sordomuta che sente la sua voce interiore (e noi fuori campo), vive in un isolamento fatto per essere violato. Presentando la situazione esplicita, e puntualizzandola (“Eri bambina quando ti sei ammalata”, le dice Sarah), il regista definisce un’atmosfera di rischio imminente e mostra, in poche battute, lo stereotipo dell’intruso mascherato (John Gallagher Jr.) segnato graficamente solo da un tatuaggio. Non ha movente il killer né motivo per restare anonimo: si toglie la maschera dopo 25 minuti e così - paradossalmente - aumenta l’effetto ansiogeno, perché inquieta più il volto nitido di un pazzo.

La regia assume la prospettiva di Maddy che, dall’inizio, non sente urlare l’amica e non si volta mentre noi la vediamo agonizzare: scatta un gioco tra primo e secondo piano, un dialogo tra soggetto dell’inquadratura e figure sullo sfondo. L’invasione senza la possibilità per la vittima di sentire rumori nega un presupposto “storico” dello slasher, il pericolo annunciato dal sonoro: la cinepresa avvolge la protagonista e le gira intorno per aumentarne la supposta impotenza. E così si innesca lo scontro atavico: l’uomo diventa cacciatore e la donna preda, in una metafora che ricade nel concreto con l’uso dell’arco e le frecce. I due, da manuale thriller, si scambiano i ruoli e l’intervento dell’aiutante (il vicino di casa) serve ad ingrandire lo splatter. La voce dentro Maddy in trappola, verbalizzando al suo posto, analizza la situazione ipotizzando vari scenari e vie di fuga, e Flanagan visualizza il mentale mostrando i finali, senza offrire una possibile soluzione. La chiusura, però, beffa il mostro proprio a livello percettivo: nella mirabile ripresa prefinale, quasi coreografica, non si sente il suono ma si percepisce il respiro. E l’esito è affidato a un soffio. Il cineasta si conferma artigiano di genere con una personalità propria che risiede nel rimasticare l’archetipo (il fantasma di Absentia, le visioni di Somnia e così via): tutto al suo posto, automatismo efficace e qualche guizzo. Il canovaccio è la sostanza del film: avviata la lotta il piacere è nell’ingranaggio, la vaga curiosità per come può finire. Flanagan ce lo dice con polso solido e a tratti coraggio, come nella sequenza che srotola la vita davanti a Maddy in fermi immagine, sfidando il ridicolo senza perdere plausibilità di genere.

Il film è disponibile dall’8 aprile 2016 sulla piattaforma Netflix.

#SabatoHorror

Emanuele Di Nicola
Voto: 6.5
  
(03/11/2016)




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