JACK REACHER - PUNTO DI NON RITORNO

(Jack Reacher - Never Go Back )

di Edward Zwick
TRAMA

Dopo anni di vagabondaggio per gli stati uniti l'ex militare Jack Reacher decide di tornare alla sua base per conoscere Susan Turner,la donna che ha preso il suo posto come maggiore. L'incontro però assume una piega inaspettata; la Turner si trova in carcere coinvolta in un traffico d'armi, mentre reacher scopre di avere una figlia di 15 anni che non sa nulla di lui.


RECENSIONI

Il divismo, specie quello hollywoodiano, è forse la forma più popolare di metalinguaggio, il modo più semplice e diretto con cui il cinema si palesa allo spettatore nel suo farsi ed essersi fatto. Persino all’interno della cornice più invisibile, del montaggio più rigoroso ed elementare, il film hollywoodiano evade dalla dimensione di un testo “che si fa da sé” attraverso le sue scelte attoriali, attraverso quei volti usati per tessere con lo spettatore un rapporto anzitutto extradiegetico. Un meccanismo di riconoscimento e familiarità basato sulla galleria di personaggi vissuti da quello stesso attore, e soprattutto sulla tipologia di carattere che a quel viso è ormai associata.
Questa dinamica, che anticipa ogni operazione metalinguistica dal sapore postmoderno, abita il testo hollywoodiano praticamente dal suo farsi, ne accompagna le evoluzioni, trovando di volta in volta un ruolo più o meno centrale nell’economia produttiva e spettatoriale del film. Partiamo da qui per parlare di Jack Reacher – Punto di non ritorno perché è proprio il cinema d’azione anni Ottanta (il genere di riferimento per un personaggio dal sapore fortemente nostalgico) la culla di un particolare divismo di ritorno, evaso dalla destrutturazione esercitata dai nuovi volti della New Hollywood e pronto alla resurrezione ipertrofica garantita dagli hard bodies dell’era reaganiana. Questo cinema, che stringe con lo spettatore un rapporto ludico basato sulla sospensione dell’incredulità e sul gusto per l’eccesso, ripristina la natura spettacolare della macchina hollywoodiana e lo fa attraverso lo strumento dell’icona, un corpo attoriale che con la sua ipertrofizzazione esalta la finzione cinematografica del racconto. Non è un caso allora che con la dissoluzione del genere action lo stesso sistema divistico abbia via via perso pertinenza produttiva: nella Hollywood sorretta dai teadpole in costume l’attore conta molto meno dell’icona, diventa anzi un tassello intercambiabile in caso di necessità commerciali e realizzative.

Da questa prospettiva la saga di Jack Reacher appare come un qualcosa di anacronistico, il testimone di un cinema di genere proprio del passato ed evaso dal tempo soltanto grazie al corpo di Tom Cruise, unico attore oggi ad essere icona di sé stesso, a lavorare su di sé come corpo divistico in movimento con una forza e un’autonomia iconica tali da sovrastare e anticipare ogni personaggio che si trova ad incarnare.
Quello di Tom Cruise è oggi il cinema hollywoodiano più evidentemente attoriale, l’unica forma di blockbuster che pur muovendosi attraverso più saghe e franchise antepone sempre il divo al suo personaggio, proprio ciò che ha smesso di fare Hollywood oggi e che accadeva invece con gli hard bodies degli anni Ottanta (e l’esempio più evidente di ciò è ovviamente Edge of Tomorrow, il cui protagonista, codardo e decisamente antieroico, diventa il divo Cruise grazie al meccanismo del loop). Solo il corpo di Sly oggi mantiene una simile capacità auto-rappresentativa, ma si tratta di schegge di immaginario sopravvissute all’implosione di un genere.
Non ha alcun senso quindi approcciare il personaggio di Jack Reacher senza fare riferimento al percorso di Cruise, che attraverso la creatura di Lee Child riesce a lavorare sulla sua immagine da un nuovo punto di vista: una prospettiva più terrena, contenuta, pragmatica, per quanto sempre eccezionale nel suo contesto di riferimento. Jack Reacher è praticamente l’opposto di Ethan Hunt, dove il primo si presta a perfomance fisiche sempre più al limite (quasi a contatto con il cinema d’animazione) mentre il secondo metabolizza il detective urbano più metodico e riflessivo (comunque pronto all’azione violenta). Questo sdoppiamento di Cruise, assieme ad una sceneggiatura robusta, aveva fatto del primo capitolo della saga un film alieno al panorama attuale ma proprio per questo di grande fascino. Paradossale a questo punto come il secondo episodio del franchise riesca a mancare clamorosamente tutti i traguardi raggiunti dal precedente, fallendo nel replicare una detective story di semplice ma indubbia efficacia. Punto di non ritorno infatti appartiene a quella disgraziata famiglia di film che sembra vergognarsi di sé e della propria natura di genere, identità disattesa e svilita da un approccio che cerca costantemente l’elevazione attraverso altro. Quello di Edward Zwinck è un pessimo esempio di thriller metropolitano che pretende di redimersi con l’innesto di tematiche più “alte”, incarnate in questo caso dai personaggi della collega Susan Turner e della figlia Espin. Il risultato è un eroe con famiglia che nessuno ha chiesto e voleva, un debole tentativo di intercettare il successo delle eroine al femminile partendo però da un contesto che nulla ha a che vedere con tale obiettivo. Ma soprattutto, privo com’è di sequenze, dettagli, idee degne di nota, Punto di non ritorno scava la fossa della propria mediocrità con una schizofrenia che gli è fatale, una scissione in cui un occhio guarda al passato glorioso dell’action metropolitana mentre l’altro cerca di elevarne e reinventarne la tradizione senza avere gli strumenti per farlo. Quel che resta è soltanto noia e un forte senso di inutilità, per un film che spreca il proprio personaggio/attore e l’ottimo esordio di cui era stato protagonista.

Matteo Berardini
Voto: 4
  
(02/11/2016)




BerardiniRangoni MachiavelliSaso
4 6 5.5

Back