IO, DANIEL BLAKE

(I, Daniel Blake )

di Ken Loach
TRAMA

Newcastle. Daniel, carpentiere di 59 anni, si rivolge ai servizi sociali per i problemi al cuore che gli impediscono di lavorare.


RECENSIONI

La migliore spiegazione del cinema di Ken Loach arriva proprio da Ken Loach. Nel libro intervista Sfidare il racconto dei potenti, scritto insieme al giornalista Frank Barat (edizioni Lindau, 2014), il regista di Nuneaton descrive il posizionamento del suo sguardo: l’obiettivo della macchina da presa deve raggiungere l’effetto di un occhio umano. «Se ci accostiamo ai personaggi del film come se fossimo noi a produrre uno sguardo e non la macchina, possiamo avere l’impressione di entrare in relazione con loro. Normalmente non entriamo in contatto con le altre persone attraverso un primo piano, al massimo è un’inquadratura che va dalla testa alle spalle. L’angolo di campo dell’obiettivo, allora, dovrà avvicinarsi il più possibile a questa visuale, in modo da poter filmare i personaggi in maniera rispettosa e mettere lo spettatore nella posizione che avrebbe un’altra persona». In Loach le figure non entrano mai in scena in primo piano, quindi, bensì in campo medio o lungo con lo scopo di ricreare la linea del nostro sguardo all’insegna del principio di verosimiglianza. Ma c’è di più: la macchina da presa, prosegue, «non deve anticipare ciò che sta per accadere, dato che non lo sa. A volte un attore è pronto a parlare ma prima di riprenderlo aspettiamo il momento in cui si sente la sua voce. Soltanto così possiamo dare allo spettatore l’impressione di essere dentro una vera stanza e di seguire una conversazione autentica». Nella costruzione dell’inquadratura non è previsto l’anticipo nei confronti di un personaggio: mai si inquadra prima che prenda la parola, sempre dopo. Così è la realtà, pensa Loach, giriamo la testa verso qualcuno solo quando inizia a parlare, e allora non ha senso modificarla per renderla artefatta. L’idea della non conoscenza della cinepresa, che non cattura il fatto finché non comincia ad accadere («dato che non lo sa»), in Io, Daniel Blake viene eseguita esattamente nel primo incontro tra Dan e Rachel all’interno del centro per l’impiego: qui l’inquadratura è ferma su Dan in campo medio, poi una voce femminile alterata si diffonde da dietro il protagonista, quindi egli si gira e la macchina da presa compie un movimento che arriva a una donna con due bambini piccoli, è Rachel. Dan la guarda, noi la guardiamo.

L’altra convinzione che il cineasta segue precisamente è nella direzione degli attori. Girando la storia in ordine cronologico per favorire l’immedesimazione, Loach espone il processo per ottenere la spontaneità: «Non dico mai a un interprete «il personaggio farebbe così», gli domando cosa farebbe lui in quella situazione, come reagirebbe». Non c’è lettura preventiva del copione: «La prima volta che ci viene detta una cosa l’ascoltiamo con un’attenzione difficile da ritrovare (...). È per esempio molto difficile recitare la sorpresa». Prima di filmare si esercita il dialetto della zona e il lavoro del personaggio di finzione: «Bisogna trovare persone originarie del posto e appartenenti alla classe sociale giusta. Proviamo delle scene che non stanno nel film ma che mettono in gioco le stesse emozioni (...). Il mestiere è altrettanto importante: l’attore dovrebbe poterne conoscere gli elementi di base, la quotidianità, e impratichirsene». Così Daniel (Dave Johns) che lavora il legno è davvero una persona che lavora il legno. A cinquant’anni da Cathy Come Home del 1966, un’altra discesa nella povertà davanti al welfare impassibile, Io, Daniel Blake conferma tutte le caratteristiche del cinema di Loach e non potrebbe essere altrimenti: un cinema divulgativo e col messaggio, che ha come obiettivo dichiarato scuotere le coscienze. Alla narrazione del potere egli oppone la sua storia.

Attenzione: non a caso si parla di “racconto”, termine dello stesso regista, che riconduce chiaramente la questione alla sua messa in narrativa. È fondamentale dissipare l’equivoco principale sul lavoro di Loach, e dunque su questo film: che siano opere totalmente consegnate all’argomento. Tutto il contrario. A sostanziare Io, Daniel Blake è proprio la forma con cui è costruito: Dan, carpentiere analogico che rifiuta il digitale, non conosce internet ma intaglia oggetti mirabili come i pesci di legno, una resistenza del manuale che è metonimia della resistenza complessiva e non per forza perdente, può perfino tramandarsi in un bambino. Il suo incontro con Rachel (Hayley Squires), come sempre, segna la firma di un’alleanza tra deboli, sostiene l’umiliazione di Stato e porta all’affermazione del proprio nome, dal confidenziale Dan a Daniel Blake scritto sul muro, allo stesso tempo indirizza la vicenda verso la soluzione naturale (d’altronde come può finire un protagonista malato di cuore?). Ma non è questo il punto: il senso del film non è l’intreccio dimostrativo di Laverty né la successione dei fatti. È nella periferia di Newcastle, finora mai cinematografata in questo modo, con i cantieri saturi e le case dei nuovi poveri, le parolacce e il calcio. È nei volti dei non attori, come il vicino di casa China (un bravissimo Kema Sikazwe), giovane in cerca di sopravvivenza, uno di noi. È nella raffigurazione biologica dell’ambiente, in ogni personaggio che guarda l’altro quando gli parla, in ogni inquadratura che mostra gradualmente ciò che hanno intorno.
Per inceppare l’artificio del sistema, la sua burocrazia indifferente, occorre schierare la massima naturalezza possibile e bisogna farlo a livello estetico. In tal senso Io, Daniel Blake è un addensato perfetto delle regole del cinema loachiano. L’obiettivo come occhio umano, il campo medio come spazio plausibile della visione, il rifiuto dell’anti-naturalismo, la musica solo diegetica, la spontaneità scientifica degli attori: la sfida di Loach non è vinta sul tema, ma anche e soprattutto nel profondo rigore stilistico. Palma d’oro al Festival di Cannes 2016.

Emanuele Di Nicola
Voto: 7
  
(27/10/2016)




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