LETTERE DA BERLINO

(Alone in Berlin )

di Vincent Pérez
TRAMA

Berlino 1940. Dopo la morte del figlio per la causa nazista Otto Quangel, con la complicità della moglie Anna, inizia a diffondere per la città cartoline anonime che contestano il regime.


RECENSIONI

Fare cinema sulla resistenza al nazismo, oggi, è obiettivamente “difficile”. In Lettere da Berlino l’opposizione si costruisce a livello grammaticale: l’operaio Otto Quangel avvia la sua attività attraverso la deformazione di una parola, il nome per eccellenza, ovvero Führer che viene storpiato e diventa Lügner, bugiardo. La trasformazione semantica non è casuale e contiene in sé la sostanza dell’azione: se è il capo colui che mente, allora bisogna opporre alla sua storia un altro racconto, la retorica dell’autorità va intaccata con un linguaggio opposto. Lo slogan è introiettato con violenza nella vita quotidiana mediante la ripetizione in loop della formula Heil: occorre sabotarlo con lo slogan avverso, un’altra storia scritta con altre parole e diffusa per altri canali. All’organizzazione scientifica della dittatura si contrappone dunque la diffusione casuale delle cartoline, alla liturgia di regime lo scompiglio anarchico che la mette in dubbio: chiunque può raccogliere, leggere, condividere. E l’imprevedibilità terremota le certezze di Stato. Otto sfida il nazismo sul piano della parola. Colpo su colpo, frase su frase: Tuo figlio si sacrifica per la patria? È Hitler che ha ucciso tuo figlio. Quando l’atto si ingrandisce e diviene nemico pubblico egli non arretra ma aumenta l’impegno, diffonde più cartoline, e dalla polizia viene chiamato “uomo ombra” proprio mentre porta luce, intacca una costruzione, fa chiarezza sulla natura del nazismo. Lo scontro tra i due racconti trova l’inevitabile epilogo concreto, perché la dittatura divora i singoli, ma non è così sul terreno della narrazione: qui Otto e Anna hanno vinto, i messaggi non svaniscono, anzi si espandono come dice il simbolico finale con i fogli nella neve che aprono un nuovo “volantinaggio”.

Vincent Pérez adatta il romanzo Ognuno muore solo di Hans Fallada, trasponendolo con soluzioni di prammatica e una messinscena all’insegna dell’argomento: se da una parte l’attore/regista vuole ravvivare l’intreccio rendendolo thriller, con la caccia all’uomo che si fa sempre più serrata, dall’altra tiene centrale il grande tema - legittimamente - celebrando e omaggiando il coraggio dei protagonisti fino alla fine. Purtroppo la sceneggiatura a sei mani produce una drammaturgia approssimata, che sui personaggi secondari si consegna alla parabola più evidente (l’anziana ebrea e il suo percorso tragico) o allo schema attentamente dimostrativo (la figura dell’ispettore Escherich/Daniel Brühl, a sua volta maltrattato, che sfocia nella conversione). Nel pedinamento degli “eroi” invece, malgrado l’ottima prova di Brendan Gleeson ed Emma Thompson, la scelta visiva si limita alle inquadrature avvolgenti che magnificano i loro atti, amplificandoli proprio in virtù della tensione crescente che li pone a rischio. Alla fine, però, è solo una constatazione dei fatti. Nell’epoca del già detto e già visto, Alone in Berlin era missione (quasi) impossibile: il suo risultato, al netto della confezione corretta, non riesce a diventare rilevante. Presentato in concorso al Festival di Berlino 2016, dove probabilmente ha convinto i selezionatori per l’ambientazione nella città e l’importanza della sua Storia.

Emanuele Di Nicola
Voto: 5
  
(19/10/2016)




BaronciniDi Nicola
4.5 5

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