AMERICAN ANARCHIST


di Charlie Siskel
TRAMA

Nel 1970 William Powell voleva dare un personale contributo alla creazione di una società nuova, e così ha insegnato al mondo come distruggere quella vecchia, facendola saltare in aria. Mentre i giorni esaltanti della controcultura degli anni sessanta e degli scontri politici diventavano sempre più bui, Powell, a 19 anni, ha scritto uno dei libri più controversi mai pubblicati: The Anarchist Cookbook (dal sito della Biennale).


RECENSIONI

The Anarchist Cookbook non è un libro di cucina. Scritto nel 1971 da William Powell, in pieno fermento antisistema,  questo manuale racchiude una moltitudine di ricette per realizzare ordigni artigianali, per produrre le più svariate droghe, per allestire tecniche di sabotaggio, etc.
Non è quindi difficile dedurre come questo bestseller sia diventato un cult transgenerazionale che ha letteralmente superato il suo contesto di riferimento. Dal massacro di Columbine a quello di Aurora, per citarne due, The Anarchist Cookbook nel corso degli anni è stato una sorta di Bibbia per criminali e terroristi, per non parlare dei numerosi amatori che celebrano su youtube i propri esperimenti esplosivi.
Passati più di quarant’anni, l’autore del libro ovviamente non è più il facinoroso ribelle della controcultura, ma un anziano e pacato professore che ha dedicato la sua vita ad assistere i ragazzi con deficit di attenzione.
L’eredità della sua creatura però è ingombrante e il regista Charlie Siskel decide così di aprire un giudicante, accusatorio e assai disonesto Vaso di Pandora, che spinge il suo bersaglio (Powell) a prendersi le responsabilità di quanto ha messo in moto. American Anarchist vorrebbe così spingersi tra gli interstizi della memoria personale, e di conseguenza storica, dapprima per ritrarre il terreno fertile che ha dato origine alla pubblicazione del libro per poi slittare su un presente in cui il passato sembra obnubilato. Ecco allora che Siskel allestisce un processo serrato nei confronti di Powell, messo alle strette e obbligato necessariamente a prendere consapevolezza della vita propria, destabilizzante, che ha preso la sua creazione giovanile. L’accusa è servita. Peccato che l’opinabile pretesa di mettere in scena il senso di colpa di un essere umano, come necessaria via correttiva, è quanto di più lontano da qualsivoglia operazione critica.
Girato a dir poco male, American Anarchist vive del narcisismo del suo autore che invece di problematizzare il complesso fenomeno che deriva dalla miccia accesa a suo tempo, crea un capro espiatorio.
Ah, poco dopo la fine delle riprese, William Powell è morto. “Coincidenze”.

Marco Compiani
Voto: 3
  
(12/10/2016)




CompianiDi Nicola
3 3

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