AUSTERLITZ

(Austerlitz )

di Sergei Loznitsa
TRAMA

Una giornata nel campo di concentramento di Sachsenhausen, oggi.
Il film prende il titolo dal cognome del protagonista dell'omonimo libro di W.G. Sebald: Jacques Austerlitz è un professore di storia dell’architettura, studioso di quei luoghi (edifici militari, stazioni ferroviarie, penitenziari, tribunali) che, soprattutto nell’Ottocento, tendevano ad assumere forme involontariamente visionarie, sovraccarichi com’erano di significati simbolici. Nell'ambito delle sue ricerche si trova a visitare anche il campo di sterminio di Theresienstadt.


RECENSIONI

Con ogni probabilità Austerlitz è il nuovo Notte e nebbia: il documentario di Sergei Loznitsa sta al 2016 come il capolavoro di Alain Resnais stava al 1955. Se il lavoro del maestro francese affrontava l’argomento lager a soli dieci anni dalla fine della guerra, riflettendo su cosa dire e come farlo, Loznitsa ripropone una meditazione parallela traslata al tempo presente, interrogandosi su come sia possibile discuterne oggi e, soprattutto, verso cosa debba rivolgersi la nostra riflessione. Loznitsa si pone il problema del tempo, degli anni passati (già oltre settanta dalla chiusura dei campi di concentramento nazisti) e quindi necessariamente della memoria, con i suoi limiti e potenzialità. Ma la riflessione di Loznitsa è tanto più efficace in quanto tiene in considerazione le tecnologie che oggi aprono a nuovi modi di approcciare, vivere e dare testimonianza del lager. Queste sono rappresentate sia dalla strumentazione in mano all’autore – una camera digitale quasi invisibile, che osserva muta e fissa la realtà senza essere notata – sia l’arsenale di macchine fotografiche e smartphone in mano ai turisti in visita al luogo. Perché il campo di concentramento che Loznitsa ha davanti a sé non è più quello di Resnais. Non è più cenere ancora fumante o un girone infernale, ma è materia man mano raffreddatasi nel corso di decenni, durante i quali l’orrore ha lasciato posto alla sacralità e la sacralità è stata museificata.
L’idea di messa in scena di Loznitsa, l’occhio muto della sua lente in bianco e nero, è tanto semplice quando travolgente per la quantità di informazioni e di riflessioni che solleva. Sarebbe riduttivo intendere Austerlitz come semplice atto di denuncia contro il turismo di massa che stupra i luoghi della memoria a suon di magliette sciatte e bastoni per selfie. Il fatto che Loznitsa ci costringa per oltre novanta minuti ad assistere all’andirivieni di turisti qualsiasi in un campo di concentramento al limite della riconoscibilità, ci incita a spingere più in là l’ambizione delle nostre riflessioni. Suggerisce, alla Wiseman, una meditazione sul rapporto fra i nostri comportamenti (individuali e di massa) e le istituzioni che abitiamo (memoriali, museali in questo caso). L’utilizzo ossessivo degli schermi fotografici per far esperienza del campo (e quindi della Storia e della Memoria) non si limita ad una messa alla berlina dei meccanismi di spettacolarizzazione dell’Olocausto, quanto ad una presa di coscienza del gap insormontabile fra passato e presente, dei limiti della memoria che scoperchiano nuove forme di banalità del male. Il ruolo dello schermo dello smartphone e della sua cellula fotografica è dunque cruciale: è un filtro che separa l’utente dal luogo in cui si trova, ma solo guardando attraverso questo schermo egli sembra poter dar senso all’ambiente che lo circonda, solo inquadrando e scattando (e conservando digitalmente e condividendo in rete all’istante) può recepire o donare verità ad un mondo altrimenti inesistente o al di fuori dai limiti della comprensione, tanto di oggi quanto di allora.

Eddie Bertozzi
Voto: 8
  
(03/10/2016)



COMMENTI

Alla luce dell’esauriente intervento che precede, mi permetto una brevissima nota personale, che questo film-esperienza credo giustifichi. Ho sempre sostenuto (e non ho mai avuto problemi a tenervi fede) che non sarei mai andato a visitare un campo di concentramento. A chi mi chiedeva perché, non sapevo rispondere altro se non che mi sembrava «inappropriato»: non trovavo altre parole, non riuscivo a spiegare bene cosa suscitasse in me l’idea di mettere piede in quei luoghi. Era giusto che rimanessero lì a testimoniare l’orrore, dicevo, giusto che fossero aperti, che chi voleva potesse accedervi, ma io, per parte mia no, mai e poi mai. Poi (parlo di più di vent’anni fa) ho letto Cani neri di Ian McEwan, e c’è un passo in quel romanzo in cui il protagonista va a visitarne uno:

«L'improbabile proporzione numerica, la semplicità delle cifre in sé - decine e centinaia di migliaia, milioni - negavano alla mente una partecipazione adeguata, una degna comprensione della sofferenza, e ci si ritrovava insidiosamente trascinati nel presupposto ideologico del carnefice: che la vita non vale niente; è solo ciarpame da ammassare a mucchi. Procedendo ancora, le emozioni si spensero dentro di me. Non potevo fare più niente per rimediare. Non c'era nessuno a cui dare da mangiare. Passeggiavamo, come turisti. L'alternativa era una sola: o ci si lasciava sopraffare dalla disperazione, oppure si affondavano le mani nelle tasche, ci si aggrappava agli spiccioli tiepidi che contenevano e si accettava di aver fatto un passo in più verso gli autori dell'incubo. Era la nostra inevitabile vergogna, la nostra quota di orrore. Anche noi eravamo dall'altra parte, ci muovevamo liberi come al tempo si erano mossi comandanti militari e le autorità politiche, liberi di osservare e qua e là e di poter uscire, assolutamente certi del nostro pasto successivo.
Dopo un poco non potei più tollerare le vittime, e rivolsi il pensiero unicamente ai carnefici. Stavamo procedendo tra le baracche. Come erano state costruite bene, come avevano ben resistito con il passare degli anni. Ogni accesso si connetteva al viottolo centrale tramite un sentierino ben disegnato. La fila degli edifici era talmente lunga che non riuscivo a vederne la fine. E questa non era che una delle file, in una sola parte del campo; e questo non era che uno dei campi, e tra i meno vasti per giunta. Sprofondai in un’ammirazione rovesciata, in un tetro stupore; per il sogno di quell'impresa, per il progetto dei campi, la loro edificazione e la fatica sopportata per allestirli, gestirli e mantenerli, senza contare il continuo rifornimento di carburante umano raccolto da città e villaggi. Quanta energia, quanta abnegazione! Come si poteva considerare tutto ciò un errore?».*

Quelle pagine divennero il riferimento per spiegare le ragioni del mio rifiuto.
Austerlitz esprime gli stessi concetti di quel passo di Cani neri senza esplicarli, semplicemente mostrando che, all’interno di quei campi, oggi, non può esistere quella “partecipazione adeguata” quella “degna comprensione della sofferenza” di cui parla McEwan. È questa inadeguatezza, è questa indegnità a tenermi lontano ed è di questo che, credo, tratti il film.
Il lavoro di Loznitsa, documentando quanto accade quotidianamente, sancisce in modo inoppugnabile come i campi di concentramento oggi siano un luogo in cui qualsiasi comportamento diventa illegittimo, inaccettabile, sconveniente: passeggiarvi, scattare foto, parlare, mangiare, osservare, spingervi una carrozzina. Tutto è irrispettoso, perché qualsiasi azione concreta rende astratto il contesto in cui viene compiuta, e lontano, non percepibile nella sua portata, direi quasi fantascientifico, ciò che vi è avvenuto all’interno.
Che è poi la ragione per la quale il regista non prende posizione limitandosi a un'asettica contemplazione dei fatti: commentare, sottolineare sarebbe una nuova astrazione, un altro passo verso l’incomprensione della tragedia.

* Cani neri (Black Dogs) - Ian McEwan, Einaudi editore.
Traduzione di Susanna Basso.
Luca Pacilio
Voto: 8
  
(03/10/2016)




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7 8 6 8 8 8 8.5

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