BRIMSTONE

(Brimstone )

di Martin Koolhoven
TRAMA

Da qualche parte nel West americano. Liz contro il Reverendo.


RECENSIONI

Se ci sono due generi cinematografici in cui il bene e il male si scontrano in modo epico e definitivo sono il western e l’horror. L’olandese Martin Koolhoven li contamina esplicitando l’universalità dell’atavico conflitto attraverso due caratteri ben definiti: da una parte la giovane Liz, costretta a crescere in fretta perché in fuga da un male oscuro che la perseguita fin dall’infanzia; dall’altro il buco nero di un animo malato che per carisma e crudeltà ricorda figure celeberrime della letteratura, come il Randall Flagg creato da Stephen King, incarnazione del male assoluto. Una figura archetipica fin dal nome, di cui è privo. Si chiama, infatti, “Il Reverendo”. E i riferimenti alla religione non sono certo un caso. Così come non lo è l’afflato biblico che echeggia nei titoli dei capitoli in cui la storia è suddivisa: si comincia con “Apocalisse”, si prosegue con “Genesi” ed “Esodo” e si termina con “Castigo”. La narrazione procede a ritroso e trova proprio nella scansione inversa dei fatti la sua grande forza. L’impatto è infatti travolgente e per una buona metà del corposo minutaggio si resta incollati allo schermo senza fiatare. Tutto è greve nello sguardo del regista che pare divertirsi a proporre i codici del genere western (ambientazione nell’ovest degli Stati Uniti, regolamenti di conti, sottomissione della legge a discutibili codici d’onore, vendette, fragilità delle regole sociali, ostilità della natura) virandoli al nero e trovando un percorso molto personale a partire dalla scelta di porre al centro della tetra vicenda non un personaggio maschile ma una donna.

È Liz l’eroina ammazza cattivi che dovrà salvare quel che le resta della famiglia dalla furia vendicativa dell’uomo da cui è in fuga. Il trash è dietro l’angolo, la violenza è esagerata, la cupezza ammanta ogni svolta e tutto potrebbe cadere involontariamente nel ridicolo senza una messa in scena controllata e consapevole. Koolhoven, anche sceneggiatore, riesce nell’impresa grazie alla cura con cui si sofferma sullo scambio vicendevole tra luoghi e stati d’animo, al ritmo emotivo che imprime all’azione, all’ottima gestione degli spazi, sia aperti che chiusi, e alla costruzione di personaggi davanti a cui si capitola immediatamente, supportati dal carisma e dalla dedizione alla causa degli interpreti. Se Guy Pearce offre un ritratto davvero spaventoso dell’uomo di fede tormentato da fantasmi e voragini affettive, Dakota Fanning si conferma attrice in grado di assumersi rischi ed esce a testa alta da una prova anche molto fisica. Una scoperta la giovanissima Emilia Jones, probabile diva del prossimo futuro. Nonostante la storia, una volta srotolata, perda l’originalità delle premesse (e il terzo raccordo, quello che spiega, finisca per dilungarsi gratuitamente nel truce), conferma la capacità del cinema di genere di parlare al presente. La mancanza di dialogo nelle dinamiche affettive e nei rapporti sociali sono infatti quanto mai attuali, così come la pessimistica visione nei confronti della religione, in grado di intrappolare nei sensi di colpa e di far leva sull’ignoranza per portare avanti egoismi personali e pericolose derive totalitaristiche. Il tutto immerso in un contesto dove c’è poca speranza nei confronti dell’applicazione di norme sociali giuste ed eque e dove il più forte finisce sempre per avere la meglio. Tutto già visto, certo, e qui più che mai urlato, ma detto con grande padronanza del mezzo cinematografico. Una dichiarazione di intenti il titolo: brimstone, infatti, significa zolfo.

Luca Baroncini
Voto: 7.5
  
(29/09/2016)




AstorriBaronciniBertozziCompianiPacilio
4 7.5 6.5 4.5 5

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