L'ESTATE ADDOSSO


di Gabriele Muccino
TRAMA

Marco ha 18 anni, sta per diplomarsi al liceo e non ha idea di cosa fare il prossimo anno, quando dovrà scegliere che strada intraprendere nella vita. Maria è una ragazza della stessa scuola, anche lei appena diplomata, che Marco detesta e considera pedante e conservatrice. Un amico comune e un imprevisto li porteranno a partire insieme per San Francisco dove saranno ospiti di una coppia, Paul e Matt.


RECENSIONI

Ne L’estate addosso Muccino tenta una sintesi ardita tra le due anime del suo cinema, quella autoriale italiana (la storia di Marco e Maria) e quella delle commissioni americane (il subplot della relazione tra Matt e Paul, con il lungo flashback che ne chiarisce le origini): il film è bilingue e, anche se è una produzione piccola, finisce col rivolgersi anche al mercato internazionale. Dei suoi film italiani L’estate addosso ha la vena intimista e la problematicità dei protagonisti: Muccino ha individuato un campo tematico inesplorato dal nostro cinema, un terreno nel quale i tormenti dei protagonisti non sono frutto di artificiose costruzioni intellettuali e in cui non ci sono forti (quanto ragionati) dilemmi morali; in esso, piuttosto, viene isolato uno struggimento condivisibile, umano, riconoscibile, che innesca fatali immedesimazioni; il pubblico nostrano, che ha prestato relativa attenzione ai suoi film americani (soprattutto gli ultimi), rimane invece molto attaccato a questa produzione del regista. E allora: di cosa ama parlare il Muccino autore? Della morte. O meglio: della paura di morire senza aver vissuto l’esistenza appieno, senza aver assecondato desideri e inclinazioni. Senza aver dato voce alla propria vocazione più autentica. Il personaggio mucciniano entra in crisi quando si rende conto che è succube di un sistema, che è incastrato in un modello esistenziale che non gli appartiene: allora decide di cambiare a qualsiasi costo, rompendo l’ordine del quale è prigioniero e creando il caos nella sua vita e in quella delle persone che lo circondano. Il discorso è ribadito in questo film con due varianti decisive: l’arco generazionale si sposta all’indietro (come agli esordi, il protagonista è un ragazzo); in ragione della sua età, lo script lo mette ad arte di fronte all’idea della morte (l’incidente stradale). La circostanza decisiva rende consapevole il protagonista della caducità della vita, dell’esigenza di non attendere, di inseguire subito i propri sogni, di rompere all’istante lo schema in cui rischia di impantanarsi e operare una rivoluzione: si constata, dunque, un nuovo processo di trasformazione che riguarda anche gli altri personaggi, un cambiamento di atteggiamento nei confronti della vita (Marco), di un’idea degli altri e di se stessi (Maria), dell’amore e della sessualità (Matt), di aspirazioni e di modi di realizzarsi (Paul). L’estate del titolo - stagione dell’anima («quella che continui a sognare di rivivere, quella che ti ha segnato, quella che ti ha definito e quella che deve ancora venire» dalle note di regia) - tramuta definitivamente il destino dei quattro ragazzi e del protagonista in particolare: non gli regala l’amore, ma gli concede una nuova consapevolezza, un inedito modo di concepire i rapporti e soprattutto l’attitudine a concedersi a tutte le possibilità in gioco.

Se il film è, nei temi, profondamente mucciniano (e nella tensione al nuovo continente sottilmente autobiografico: se ne intuisce anche il sottotesto sentimentale), d’altra parte rappresenta anche un tentativo frustrato di conciliare i due mondi in cui si dibatte: Il film, portando di peso la storia italiana in territorio statunitense, quando sembra imboccare delle strade interessanti, sia in chiave brillante che drammatica (lo schema inappagante delle reciproche attrazioni, la possibile svolta in una sessualità fluida, più volte allusa), si rimette subito in carreggiata secondo un protocollo più rassicurante e ovvio. Se la struttura rimane poco convenzionale e piuttosto ardita (un filo narrativo centrale, dal quale dipartono altri racconti, in direzioni temporali e spaziali diverse, con voci narranti alternate), sono soprattutto la scrittura e la dialogistica a denunciare debolezza. Così il film perde ritmo da subito: la constatazione della libertà che il protagonista “respira” (tanto per citare il tema di Jovanotti che firma la colonna sonora) è affidata a lunghe sequenze che cercano di restituire le specificità, il folklore, la vitalità dei contesti, ma secondo una visione più turistica che autenticamente immersiva; così il personaggio di Maria, evidentemente funzionale per l’intreccio, suona inattuale e costruito in eccesso; così la storia d’amore tra Paul e Matt ricalca un melodramma spompatissimo (la scena in famiglia, con il cameo di Scott Bakula sfiora la cantonata). Il legame forte tra i quattro, poi, non è mai elaborato: viene dichiarato e lo spettatore lo deve accettare in base a una statuizione, ma niente di quello che vediamo spiega davvero perché queste quattro persone diventino così inseparabili e quali siano i meccanismi interiori e le circostanze esteriori che determinano i rispettivi cambiamenti, quel crollo della logica di giudizio e pregiudizio che li governava e che viene soppiantata da una nuova idea del mondo.
Non mancheranno, anche stavolta, gli estimatori e i rispecchiamenti generazionali: il protagonista, il personaggio meglio tratteggiato, è costruito con la consueta sensibilità. E rimane in campo, del Muccino che apprezziamo, una regia e una confezione complessiva che tanto cinema italiano si sogna, anche se, per le ragioni dette, l'esito rimane lontano dai migliori del regista (in Italia: Ricordati di me, negli U.S.A. Sette anime, il suo capolavoro).

Luca Pacilio
Voto: 5.5
  
(21/09/2016)




BaronciniDi NicolaPacilio
6 5.5 5.5

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