IL CLAN

(El clan )

di Pablo Trapero
TRAMA

Prima metà degli anni Ottanta. Nell’Argentina in transito dalla dittatura alla democrazia le vicende di Arquimedes Puccio, sequestratore di persone, e della sua famiglia, coinvolta nella sua attività criminale.


RECENSIONI

Arquimedes Puccio (Guillermo Francella) ha volto e corpo che assegneresti d’istinto, e senza timore di sbagliarti, alla più noiosa e anonima delle scrivanie impiegatizie; con una scopa allontana le foglie che gli alberi lasciano sotto casa; alla sera guarda la televisione sul divano, da solo o circondato dal calore dei suoi cari, con loro prega prima della cena; dà una mano ai figli nello studio; massaggia la schiena di una moglie insegnante che ha appena cucinato il pollo. Fa pochi passi e raggiunge la stanza in cui è rinchiuso un ragazzo, con gli occhi bendati e le mani legate, c’è della carne anche per lui. Perché Arquimedes i soldi li guadagna  sequestrando persone, raggiunge cabine telefoniche per chiedere riscatti e non risparmia l’eliminazione fisica di chi rapisce. Se prima si trattava di attività di “manovalanza” per cancellare oppositori alla dittatura, oggi – con la protezione dei potenti assai meno salda – di estorcere denaro a gente facoltosa. Nella sua famiglia, tra moglie e figli (ragazzi e ragazze) c’è chi ne sa di più e chi di meno, chi lo scoprirà col tempo; chi partecipa, chi tace. Sicuramente un ruolo attivo nei rapimenti ce l’ha il figlio maggiore, tornato a casa dalla Nuova Zelanda, mentre il più piccolo, scoperto l’orrore, a un certo punto sceglie di andare via e non tornare più. C’è Alex (Peter Lanzani), il figlio di mezzo, grande talento del rugby, che aiuta il padre e i suoi complici nell’adescamento delle vittime. Devastanti sono i dubbi su ciò che sta facendo (a essere assassinati sono anche amici suoi) ma non è abbastanza forte; incontra una ragazza e vuole sposarsi. Alla fine, ai Puccio non andrà molto bene…

È partito da una storia vera, Pablo Trapero, dal cortocircuito violento tra cronaca nera e Storia, per mettere in fiction, le falde, colpe e traumi di una memoria collettiva. Il tentativo di entrare nel tempo recente e doloroso del proprio Paese dalla porta di una casa borghese, un’apparente “normale” famiglia argentina nella prima metà degli anni Ottanta, dentro il varco tra la fine di un feroce regime militare  e il ritorno, precario, alla democrazia.   Ha impiegato anni per poter realizzare il progetto, nato nel 2007,  tra studio di atti giudiziari e interviste ad avvocati e amici ma  non ai membri di quella famiglia, dei protagonisti, (alcuni nel frattempo morti tra cui Arquimedes e Alex, altri rifiutatisi di collaborare con il regista). Alla fine Il clan di Pablo Trapero – tra i produttori anche Almodóvar – è diventato un film, e forse qualcosa di più, se consideriamo che è uno  dei più grandi incassi di sempre in Argentina. E c’è soprattutto questo di interessante – anche se non del tutto compiuto, perché a tratti il montaggio non sempre regge la complessa pluralità degli elementi narrativi e si fa a volte più didascalico e illustrativo, effettistico – nell’ultima opera di Trapero: non  è una “sbobinatura” degli eventi,  o semmai lo è solo in superficie, piuttosto dispone e disloca in racconto una “grammatica”, se così si può dire, di quella violenza, di quel clima, di quella mostruosa normalità, una semantica pubblica e privata, sociale (più implicitamente) e familiare interna alla Storia, alla narrazione stessa, in un doppio rispecchiamento distorto, beffardo, eppure reale. Tra i poli che possono essere i personaggi di Arquimedes e Alex, tra la quotidianità del rito domestico, della parole dette e non dette e gli andamenti audiovisivi, gli umori da gangster movie cari a Scorsese. Tra la casa e tutto ciò che le è esterno, tra la forme del potere familiare e quello politico Tra l’impassibilità dello sguardo  del padre (Francella, qui davvero perfetto, attore perlopiù comico, ma visto anche in Il segreto dei suoi occhi  di Juan José Campanella) e gli occhi inquieti del figlio. Il clan, allora, non è (solo) uno spaccato di quell’Argentina, è, più nel profondo, un inabissamento nella riproducibilità delle sue maschere, dei suoi (auto)inganni, delle sue aporie.

Leone d’Argento per la miglior regia alla Mostra di Venezia 2015.

Leonardo Gregorio
Voto: 7
  
(14/09/2016)




AstorriBaronciniBertozziDi NicolaFavaraFeoleGregorioPacilio
6 7.5 7.5 7 7 7 7 7
Rangoni MachiavelliSangiorgio
7 6.5

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