MISTRESS AMERICA

(Mistress America )

di Noah Baumbach
TRAMA

Tracy, matricola universitaria a New York, conosce la sua futura sorellastra Brooke, una ragazza intraprendente e mondana...


RECENSIONI

PRIMO GRADO

Non lontano dalle tematiche di Giovani si diventa, forte di un impianto meno rigido, scevro da certi obblighi dimostrativi, Mistress America è un esito decisamente più felice del suo predecessore. Anche in questo caso si narra di due persone, appartenenti a generazioni diverse, che si incontrano e, per motivi opposti, si attraggono. Anche stavolta quella più giovane, preda delle ansie arriviste della sua età (deve essere accettata a ogni costo dalla congrega letteraria universitaria), vampirizza quella più matura, facendone il soggetto di un suo racconto. Sfruttare l’altro, tradirne la fiducia: Noah Baumbach insiste, lanciando il suo sguardo disilluso verso la nuova gioventù (ripiegata sui valori della generazione precedente, pronta a sbranarla) e coloro che, oramai maturi, si affannano per stare al passo coi tempi, denunciando proprio in quella foga l’inadeguatezza esistenziale, la difficoltà ad accettare il cambiamento, l’illusione di poter portare avanti all’infinito un’esistenza “diversamente giovane”. Piccolo film - con la Nouvelle Vague in trasparenza anche in quell’ossessione tutta baumbachiana per l’età verde che va via e che, costantemente problematizzata, conduce alla conclusione che, comunque la si spenda, la si sprechi -, come Giovani si diventa, Mistress America sgrana le illusioni e le fragilità di una generazione, i suoi divinabilissimi fallimenti: Brooke (Greta Gerwig), abbarbicata alle sue illusorie sicurezze, alla popolarità posticcia che si è creata (quella su Twitter, che, come tutta la presunta credibilità social, non è altro se non rinuncia all’autonomia di pensiero, plasmato su quello dei lettori: resa delle armi alla benevolenza dei follower), batterà in ritirata, lascerà New York nelle mani della rampante Tracy (Lola Kirke), il suo idealismo infrangendosi contro la brutalità e il cinismo della nuova leva che, vaccinata, domina dinamiche, mezzi e persone e non se ne fa dominare.
Se nel precedente film Jamie (Adam Driver) agganciava subdolamente Josh (Ben Stiller), fingendo la casualità, qui la casualità dell’incontro è vera (il matrimonio dei rispettivi genitori), ma dirà egualmente dell’inconsistenza di un legame che si proclama subito forte (Tracy viene presentata come la baby sister: Brooke vuole vedere in lei un pezzo della ragazza che fu, la possibile rivisitazione di un periodo della sua vita): le mancate nozze decreteranno quel legame come inesistente.

SECONDO GRADO

Se il tono è più isterico della media, se le situazioni quasi sfiorano la pochade (la lettura collettiva dell’elaborato, il processo che Tracy subisce, il questionario a cui è costretta a sottoporsi, solo per fare degli esempi) è perché quanto vediamo è, per l’appunto, pura letteratura: il film si muove su un piano palesemente rappresentativo, dal momento che ci troviamo nel famigerato racconto. Un racconto di integrale finzione? Un racconto che narra una vicenda reale? Un racconto che, stilizzando la verità, perviene a una sorta di realtà finzionale, romanzata? Un racconto a scatole cinesi, in ogni caso, un esercizio letterario che contiene in sé tutti i livelli: il rapporto tra Brooke e Tracy, Tracy che vuol raccontare di Brooke e che ne scrive (la novella prevede che Brooke rinunci al sogno del ristorante, che è quanto accade nella “realtà”), la rappresentazione che di Brooke sta facendo Tracy (la sua narrante voce fuori campo ci accompagna fino alla fine, chiude una narrativa parentesi graffa). È un film a cerchi concentrici Mistress America in cui non esiste verità, ma sempre e solo fiction che si dipana a diversi livelli, e con mutevole intensità («Molta di questa finzione è totalmente falsa!»). Del dispiegarsi di questa storia come strumento di perversa exploitation (per quello che è, per quello che narra, per come viene usata dai suoi stessi personaggi) tratta il film. È un gioco sottile e ambiguo quello di Baumbach che sottintende di continuo il riflesso cangiante e consapevole tra realtà e rappresentazione, la labilità del confine che le separa (che è in chi guarda/legge): nell’interscambiabilità dei ruoli (è davvero Tracy l’autrice del racconto che comprende tutti gli altri? O è Brooke che - lo dice - si ritiene un buon personaggio per una storia? Chi è la creatura letteraria dell’altra? Brooke? Tracy? Nessuna delle due?); nel carattere double-face di ogni situazione (Brooke, orfana di madre, ambisce a un ristorante che si chiama Mom); nell’ambivalenza dei dialoghi («Sto scrivendo quello che ho detto»); nella coscienza piena del contesto immaginato/ vissuto («Mi sembra di essere in un videoclip»); nel Caso che non capita a caso (lo squarcio sul passato aperto dall’incontro con l’ex compagna di liceo); nell’evidenza citazionistica (la screwball comedy comincia con l’entrata trionfale in scena della protagonista: Brooke/Greta Gerwig che scende le scale a Times Square, come in una commedia RKO). Come tutti i film di Baumbach anche Mistress America cammina su un filo, procede in equilibrio tra testo e sottotesto, tra contagiosa allegria e tristezza implicita, con quella musica che, proprio come i testi filmici costantemente evocati, viene piegata a racconto, sottolineatura, didascalia (Souvenir degli OMD, No More Lonely Nights dell’immancabile Macca).

Luca Pacilio
Voto: 8
  
(19/07/2016)




BaronciniBellucciBertozziCompianiDi NicolaFavaraFeolePacilio
7.5 7.5 7 6 7 6.5 7.5 8
Rangoni MachiavelliSangiorgioSaso
7 7.5 8

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