LAURENCE ANYWAYS - E IL DESIDERIO DI UNA DONNA...

(Laurence Anyways )

di Xavier Dolan
TRAMA

Montreal, anni Novanta. Laurence decide di liberare la sua vita dalla menzogna e confida a Fred, la sua compagna, di voler diventare una donna.


RECENSIONI

«Cerco una persona che comprenda la mia lingua… E che la parli. Una persona che senza essere un paria, non si interessi solo e semplicemente del valore e dei diritti degli emarginati, ma dei diritti e del valore di coloro che si considerano normali».

La dichiarazione con la quale si apre il film fa comprendere che quella di Laurence (Melvil Poupaud) è una storia che si vuole emblematica, un cammino esistenziale - fatto di scelte dolorose, generosi colpi di testa e coraggiose scelte di campo - che non riguarda una categoria di persone, ma tutti. Il protagonista, oramai scrittore di successo, sta concedendo un’intervista a una giornalista che non rinuncia a vedere in lui un fenomeno, prima ancora che un letterato e un intellettuale. Fin dall’inizio del suo terzo film Xavier Dolan mette dunque le cose in chiaro: mi si attira nella trappola critica del regista-rivelazione, le riviste specializzate mi coccolano (un autore che, a soli 22 anni, ha già delineato un mondo poetico definito!), mi si appioppano le virgolette di ordinanza, mi si costringe in una casella (comoda solo per gli addetti ai lavori), in un’ammiccante formula («enfant prodige», «regista gay»), ma io non ci sto: non ci sto a far inscatolare il mio cinema e non accetto le vostre strategiche etichette. Le mie immagini si rivolgono a tutti.
È per questo motivo che, con questo lavoro, il regista alza la posta, perché come Laurence, Xavier Dolan non accetta un’identità precostituita, vuole rimanere aperto e duttile, non fuggire dalla gabbia altrui per rinchiudersi nella propria: Laurence Anyways, quasi tre ore di durata, è allora ambizioso, non conosce mediazioni, è film in cui non si trattiene nulla e che per questo motivo si sottrae naturalmente ai cliché in cui la comunicazione ama spiaggiarsi. Sbilanciato, straripante, certo, ma con un’idea di cinema di rara lucidità, un’urgenza espressiva che, pur non conoscendo calibratura, afferma la sua unicità proprio in quel dilagare, in quel trascinare tutto con sé, essenza e residui, utile e superfluo. Ed è il film in cui, se qualcuno nutriva ancora dei dubbi, Dolan, mettendo da parte l’autobiografia camuffata di J’ai tué ma mère e Les amours imaginaires e pervenendo a una sorta di autobiografia sublimata (la scelta di ambientare il film nei 90 - gli anni in cui è nato -, a Montreal - la sua città: «Per me tutte le storie cominciano a Montreal» - , di parlare di un percorso di autocoscienza), dimostra di saper scrivere, di avere la naturale capacità di gestire scene drammatiche persuasive, alleggerimenti in chiave brillante, dialoghi a due, scene di gruppo, in un insieme ibrido (la settima come l’arte nella quale le altre sei si disciolgono) pervaso da un piacere della narrazione che, senza far ricorso a espedienti psicologistici, cerca di rendere il dramma dei personaggi nelle forme della visione, con i mezzi peculiari che il cinema mette a disposizione.

Laurence [1], lo dice, sta per morire: sta per morire in quell’identità in cui non si riconosce. La sua, allora, non è una scelta, è un imperativo vitale. La svolta - diventare donna - investe Fred, la compagna, per entrambi manifestandosi la necessità di reinterpretare tutto: passato, presente, idea di futuro. Tutto va rivisto in una nuova prospettiva: c’è una rivoluzione in atto in un rapporto fondato su una condivisione totale. Tanto profondo il sentimento, tanto tormentato il cammino, la ricerca di un nuovo terreno comune, perché il cambio di identità di Laurence porta la stessa Fred a mettere in discussione la propria. Il conflitto diventa ineluttabile.
Siamo allora in un mélo cadenzato da tappe e didascalie precise, un viaggio esistenziale che dura dieci anni e che condurrà il giovane al cambiamento e alla coscienza delle sue conseguenze: quanto pesa il proprio aspetto nella considerazione degli altri, quanto feriscono gli sguardi lanciati in strada, quanto sottile e feroce è la transfobia del quotidiano. Laurence comprende, soprattutto, come la trasformazione si ripercuota anche sui suoi rapporti: non solo con la compagna, ma anche con i familiari. Ancora una volta è centrale il rapporto con la madre [2] - moloch immancabile di una filmografia -, poiché se la genitrice ha manipolato Laurence, Laurence manipola Fred (l’amore, l’affetto, come sempre in Dolan, è anche un’arma, uno strumento opportunista da utilizzare per ottenere degli scopi); ancora una volta quello con il padre è un rapporto inesistente, un confronto nullo, figura annichilita di fronte a uno schermo acceso. Di nessun peso.

[1] «Ciò che capiamo subito è che Laurence è un uomo di coraggio. Un supereroe che si traveste da donna per affrontare meglio il mondo e le sue ingiustizie».
Melvil Poupaud

[2] «È stato grazie a mia madre che ho ricevuto il mio battesimo cinematografico. Nel dicembre 1997, a nove anni, mi accompagnò alla sala Le Parisien, sfortunatamente oggi chiusa. Quella sera ebbi l'impressione di fare tutte le "prime esperienze" che la vita ha da offrire, a una velocità supersonica: mi sono innamorato di un uomo, di una donna, degli abiti, della scenografia, delle immagini... Ho avuto i brividi per una storia genuinamente ben scritta, ambiziosa, raccontata nel rispetto delle convenzioni dell'arte, intelligente, epica, sensazionale.
Non ho potuto ignorare questo shock cinematografico e ho realizzato in quello stesso momento che avrei dovuto imparare l'inglese velocemente, per poter recitare nei film americani.
È stato in quel momento della mia vita  che ho iniziato a indossare più frequentemente i vestiti di mia madre, con piu serietà, e senza che lei me lo impedisse. Trascorrevo sempre più tempo fra me e me, nella mia immaginazione, evitando così il mondo reale, nel quale mi sentivo disprezzato dai miei coetanei e nel quale collezionavo solo falsi amici interessati più che altro alla mia notorietà. Ho creato un carapace d'arroganza per isolarmi. Recentemente ho realizzato che lo shock cinematografico di cui parlo è stato per me come una  rivelazione: capii non solo di voler diventare un attore e un regista, ma anche che i miei sogni e i miei progetti sarebbero dovuti essere senza limiti, e che l'amore inaffondabile al quale avevo appena assistito sullo schermo un giorno sarebbe dovuto essere mio. Quindici anni dopo guardo Laurence Anyways e vedo la mia infanzia segretamente in gioco. Per inteso, non desidero diventare donna; il mio è un omaggio alla storia d'amore definitiva: ambiziosa, impossibile, quell'amore sensazionale, assoluto, che non avremmo osato sperare, l'amore che possiamo procurarci solo attraverso i libri e l'arte.
Laurence Anyways è un omaggio a quell'epoca della mia vita in cui, prima di diventare regista, sono dovuto diventare un uomo».
Xavier Dolan

Quale regista userebbe Prokovief e la Quinta di Beethoven nello stesso film? Solo il Dolan 2011, uno che, dall’alto della sua sbruffonaggine di ventenne, ragiona per estremi e senza pudore. L’uso della musica, in questo senso è davvero sintomatico di un atteggiamento fuori dagli schemi: sempre presente, estremamente evocativa, è ora commento, ora didascalia [1]. Utilizzata, poi, spesso e volentieri in combinazione sinestetica con le immagini, come già nei due precedenti lungometraggi (e nei successivi), apre a plateali parentesi-videoclip: la If I Had a Heart dei Fever Ray dell’incipit (omaggio visivo a Nan Goldin [2] e immersione istantanea dello spettatore nello sguardo invasivo altrui sulla vita di Laurence), l’ingresso alla festa sulle note di Fade To Grey dei Visage (che è concepito in tutto e per tutto come un video anni 80) o il ricamo visionario di A New Error dei Moderat, solo per fare degli esempi.
La struttura rapsodica - frammenti, collegati per immagini fulminanti, senza ossequiare necessariamente la consequenzialità temporale - accoglie con naturalezza le soluzioni visive del regista, riflettendo il suo cinema ogni slancio (il mare di lacrime: il coraggio di essere letterali), ostentando intellettualismi, autorialismi e vezzi in un quadro, però, sempre estremamente curato, consapevole, mai di puro servizio: l’utilizzo del colore, la pregnanza dei chiaroscuri, gli enfatici carrelli, i primi piani strettissimi, il modo in cui la macchina da presa si muove negli ambienti, le prospettive sghembe da cui decide di riprenderli, le intuizioni della messa in scena (la confessione nell’abitacolo della macchina dentro un autolavaggio, sorta di nido intimo, di alcova avvolgente) dicono di un’ansia di dare spazio a ogni opportunità espressiva, anche a costo di un’eccessiva dilatazione del lavoro. Per questo, a mio avviso, Laurence Anyways, irruente e felicemente indisciplinato come appare, è ancora oggi il più bello e stimolante film del canadese.

[1] «La musica non è soltanto la scusa per il regista di mostrare la sua collezione di dischi. Oltre a offrire un contributo ritmico nel continuum spazio-temporale di un film che attraversa buona parte di un decennio, queste canzoni accompagnano i miei personaggi attraverso le loro vite, pur non corrispondendo necessariamente ai miei gusti personali. Queste canzoni ricordano ai personaggi chi sono e chi hanno amato».
Xavier Dolan

[2]  «Come regista ho molte ambizioni, ma non pretenderò mai di aver inventato uno stile o una scuola di pensiero. Dal 1930 tutto è stato già fatto. E allora adesso? Ho deciso che il mio lavoro è quello di narrare una storia e di narrarla bene, di dare alla storia la direzione che le si addice. Tutto il resto, inventato o rubato, non è altro che la mera prova che niente è più difficile che avere un’idea».
Xavier Dolan
Luca Pacilio
Voto: 8.5
  
(05/07/2016)




BarattiBellucciBertozziDi NicolaFavaraFeolePacilioRangoni Machiavelli
4.5 9 7.5 8 8.5 8 8.5 7.5
Sangiorgio
7.5

Back