BANAT - IL VIAGGIO


di Adriano Valerio
TRAMA

La crisi economica è tale che Ivo, agronomo, lascia l’Italia per andare a lavorare nella regione rumena del Banat. Traslocando conosce Clara, che occuperà il suo appartamento. A breve, perso il lavoro e priva di punti di riferimento affettivi, Clara lo raggiungerà in terra straniera.


RECENSIONI

Questo film sta a metà tra il mare -la scelta della location di partenza barese, Clara (Elena Radonicich) che restaura barche, la ricerca di un’inquadratura litoranea - e la campagna -l’area rurale rumena, i contadini del luogo, il salvataggio di un meleto-.
Sta a metà fra il dramma e l’ironia -dramma di un’economia congelata, di vite sentimentali-fallimentari e ironia nella spontaneità dei modi, nel non piangersi addosso, nel non rinunciare a un po’ di leggerezza, nonostante tutto-.
Sta fra la semplicità con cui racconta una storia lineare, dimessa e sommessa, collocata in un altrove geografico che è simbolo di uno straniamento della propria terra, e la pretesa autorialità delle inquadrature studiate, dei tempi lenti, delle prove d’attore che mettono insieme la donna sfuggente e misteriosa (Radonicich), l’uomo pragmatico dalla recitazione naturalistico-livornese -con tutto l’affetto- (Edoardo Gabbriellini), l’anziana eccentrica che non può se non essere Piera degli Esposti.
È, insomma, un film sospeso tra quel che dice e quel che non dice, ovvero la crisi, di cui in fondo non parla se non per suggestioni. Sospeso tra quel che vuole essere e quel che è davvero, ossia un discorso che pur nelle sue buone intenzioni e nei suoi bravi modi, non porta in fondo in alcun luogo.
A parte due non-luoghi: il Banato, salto nel passato quasi feudale, emigrazione in patria di emigranti, reciprocità che si instaura per forza di cose quando si torna al luogo cui tutti bene o male apparteniamo, ovvero la terra, quella agricola e minuscola. E il mare di cui sopra. Improbabilmente cercato nel cuore dell’Europa centro-orientale, dove non è proprio a portata di mano, a meno che non si arrivi al quasi-lago Mar Nero, mare interno che si presta dunque alla metafora del viaggio dai confini segnati e al paradosso dell’andare pur di andare e dell’andare per restare, non si sa esattamente dove, per quanto, a far cosa.
Il film soffre la stessa sospensione che narra. E non la soffre più di tanto, proprio perché intento a narrarla, con una sua cifra, un suo perché. Che però non arriva fino in fondo, perché non va abbastanza a fondo.

Alessia Astorri
Voto: 5.5
  
(22/06/2016)




AstorriDi NicolaFeoleSangiorgio
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