ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

(Alice Through the Looking Glass )

di James Bobin
TRAMA

Alice torna dal viaggio di affari in terra cinese e sfugge a nuovi compromessi anglo-borghesi-mercantili ritornando nel Sottomondo. La attende una corsa contro il Tempo e a ritroso nel tempo per salvare il Cappellaio Matto che soccombe a una crisi d’identità famigliare di antiche origini…


RECENSIONI

Era il 2010 di Alice in Wonderland quando l’Alice bambina di Carroll, passando per l’Alice disneyana, diventava hype burtoniano, non più bambina ma paladina, con uno stuolo di merchandise e di fan aprioristici contro altrettanto aprioristici detrattori.
Il drago-Ciciarampa veniva sconfitto, la Regina (di Cuori) Rossa destituita, Alice respingeva una proposta di matrimonio, ma chi perde un marito trova una Compagnia, dunque, strizzando l’occhio all’attualità senza troppe sottigliezze, salpava lungo la rotta cinese, come quasi tutti da allora e sempre più.
Ma prima, non lo dimentichiamo, si realizzava uno dei momenti di maggior imbarazzo del cinema di sempre (di certo il gradino più basso della carriera di Johnny Depp) con l’irrinunciabile e inedita Deliranza.
Sarebbe bastato un esame di coscienza a giustificare la depressione che investe il  Cappellaio Matto in questo nuovo appuntamento col mondo al di là dello Specchio, troviamo invece una rivisitazione, perché no, interessante che ci racconta la genesi del personaggio-cappellaio e, attraverso quella, recupera la radice del conflitto fra le due sorelle regnanti, Regina Bianca (Anne Hataway) - Regina Rossa (Helena Bonham Carter). La sceneggiatrice, ancora Linda Woolverton, non è nuova a queste operazioni: a lei si deve lo script di Maleficent (2014) in cui si riconosce la stessa tendenza a rielaborare un personaggio altrimenti cristallizzato immaginandone le origini e i nodi che l’hanno portato ad essere quello che è. Che necessità ve ne sia e quanto questa attitudine a familiarizzare con i villain raccontandoci chi erano e da dove vengono, sia una contraddizione in termini, resta in effetti una bella domanda, ma la scrittura è coerente e funziona.

Dove Alice in Wonderland è un discorso sullo spazio, sullo stanziamento e la fuga, sul rovesciamento dei mondi e sul conflitto aperto (vedi il tema della scacchiera), Attraverso lo Specchio è un discorso sul tempo, sul ritorno a casa, sulla permanenza, sulla conciliazione e sull’addio. Si risolve, insomma, nel racconto di formazione in cui il Sottomondo non è più la fuga bizzarra e rischiosa dalla realtà, ma un regno di creature tutte variamente fragili e sconnesse salvate a un passo dalla completa distruzione: quella che interviene quando si tenta di cambiare il corso del tempo. C’è della tenerezza, della malinconia, dell’ironia ovviamente, ci sono corse furiose, strapiombi, navi e cronosfere governate fra moti ondosi e tutto ciò che fa comodo al 3D.
Cosa o chi manca? Manca Tim Burton, ovviamente. Non che se ne senta la mancanza, ma ne basta l’assenza per ben disporre chi ne aveva detestato la regia di un’Alice fa e raffreddare l’interesse di chi ne aveva apprezzato, se non tutto, almeno la riconoscibile marca di stile.
Subentra, insomma, l’immancabile fenomeno dell’aggettivazione che a volte è incombente e inconcludente, quello per cui bisognerebbe stabilire di un film, una regia, un’estetica, se sia (in questo caso) “burtoniana” oppure no.
Diciamo che dove Burton, nonostante giri di trame, non aggiungeva niente ad Alice (di Carroll, di Disney), Bobin non aggiunge niente a Burton. Ma almeno sottrae.
La formula è più ordinaria, ma la “straordinarietà” del precedente, diciamolo, era solo una gran confusione. Niente di particolarmente entusiasmante. Ma al sicuro da deliranze e altri deliri.
Svanito invece sempre più (ma svanire è nel suo stile) il già bello e sottoutilizzato Ceshire Cat-Stregatto.

CineCromie – She wore Blue Alice

Alice non è più una bambina. E ha abbandonato progressivamente l’azzurro.
Quello del vestitino con grembiule bianco e nastro nero fra i capelli, biondissimi, che l’immaginario disneyano (1951) ha reso dominante, che ritroviamo nel film del ’72 di Sterling, che ricorda un altro azzurro infantile, quello d Dorothy (Judy Garland) ne Il Mago di Oz del 1939, regia di Victor Fleming, costumi del grandissimo Adrian che confeziona l’indimenticabile scamiciato a quadrettini biancoazzurri per la giovane  farm girl del Kansas, basandosi sulle illustrazioni originali che accompagnano il testo di Frank Baum del 1900 in cui, alternato a un più tradizionale abitino rosso o non colorato, compare l’azzurro, insieme ai quadretti.
Similmente, le illustrazioni di Sir John Tenniel per la prima edizione di Alice’s Adventures in Wonderland (1865) e Through the Looking Glass (1871) sono in bianco e nero, ma nella versione ridotta The Nursery Alice (1890), gli stessi disegni compaiono a colori e Alice veste un po’ in giallo, un po’ in azzurro, con l’immancabile grembiulino bianco a volte bordato di rosso. Nelle successive colorazioni, l’azzurro è sempre più frequente, fino a diventare la scelta dominante, quella che tuttora conosciamo e ricordiamo, per Alice, come per Dorothy.
Anche Colleen Atwood, nei bellissimi costumi per Tim Burton, Alice in Wonderland (2010), fra un’armatura da paladino e un recupero del rosso (a righe: non c’è Burton senza righe), non può fare a meno di includere un abito azzurro di gusto classicamente ottocentesco (insieme a altri due con influenze miste e un soprabito, tutti in azzurro).
Alice è azzurra o non è Alice.
In Alice attraverso lo specchio (Bobin, 2016), scompare l’azzurro e scompare la stessa Alice che, ormai comandante di nave e imprenditore, non è più nulla della bambina che ricordavamo, difatti l’abbraccio finale col Cappellaio Matto, ha il valore di un addio.
Fra i costumi spicca su tutti l’abito mandarino, indossato per provocazione durante una riunione d’affari e trascinato nella nuova avventura nel Sottomondo. Lo stivaletto bianco e nero è un ibrido affascinante che un po’ ricorda le calzature della dinastia cinese Quing (dominante per circa tre secoli e la cui fine nel 1912 segna la fine del Celeste Impero) un po’ è un evidente richiamo dello stivale vittoriano classico, che tiene dunque saldo il legame con la tradizione letteraria di Alice, come la conosciamo da sempre: ottocentesca, inglese.
Curiosamente, ha il nome di “Alice blue”, una tonalità di azzurro particolarmente chiara, dedicata ad Alice Lee Roosvelt, figlia del Presidente degli Stati Uniti d’America Theodore Roosvelt, che adorava su tutte quella tinta.
Il legame di Alice con l’azzurro permane; fosse anche solo con il nome.

Alessia Astorri
Voto: 5.5
  
(09/06/2016)




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