IL TEMPO CHE RESTA - LE TEMPS QUI RESTE

(Le Temps qui reste )

di François Ozon
TRAMA

Un fotografo appena trentenne si scopre malato terminale. Nei pochi mesi che gli restano da vivere cerca di fare i conti con il passato (la famiglia), il presente (il giovane amante) ed il “futuro”…


RECENSIONI
Quel che resta di Ozon

Da sempre Ozon lavora di accumulo, gioca, si diverte e, spesso, ci diverte sovvertendo o caricando fino all’inverosimile gli stereotipi più diffusi, popolando le proprie opere di figure che appartengono al proprio personalissimo immaginario che è un misto di camp e Fassbinder. In questa occasione affronta un tema risaputo (gli “ultimi giorni”) con il tono severo e l’austerità che trova nello splendido Sotto la sabbia un precedente. Ogni traccia di ironia è assente, eccettuata la sequenza nella bella villa della nonna Jeanne Moreau, moribonda che si infarcisce di farmaci giusto per poter “morire in salute”… Peccato che solo la parodia, la caricatura, il “sopra le righe” avrebbero forse reso interessante, o quanto meno digeribile, il lavoro, un catalogo mal scritto di banalità, un superficiale concatenarsi di situazioni strazianti solo sulla carta, battute che si vorrebbero pregnanti, dense di senso e che invece cadono precipitevolissimevolmente nel ridicolo. La bravura di Melvil Poupaud, che aderisce anche fisicamente al ruolo è inversamente proporzionale alla capacità di Ozon di “far vivere” il personaggio: gay fotografo di moda, belloccio e griffato, poco più di una risibile macchietta.
Non è solo un problema di “già visto”, di “già detto”: forse per la prima volta, Ozon non riesce a “possedere” e riplasmare una materia resa inerte, quasi anestetizzata da anni di spazzatura televisiva e letteraria sull’argomento. A differenza dell’altro film “mortifero” e luttuoso, che rifuggiva il trash, ne Il tempo che resta Ozon, consapevolmente, attinge a piene mani dai cassonetti maleodoranti della nostra cultura, popolata di vhs di sceneggiati televisivi e manuali di psicosociologia andati a male, non ci risparmia nulla, raggiungendo vette che si vorrebbero di ineguagliabile kitsch, ma che sono, ahinoi, soltanto di una bruttezza da sobbalzo sulla poltroncina, da risatina diffusa: i fiori che appassiscono col progredire inesorabile della malattia (sic!); il morente che vuole “mummificare” con uno scatto in digitale i volti ed i paesaggi visti per l’ultima volta (sic! sic!); la fronte dell’amato segnata da un rivolo di sangue (sic! sic! sic!); lui che, in quanto omosessuale, odia i bambini perché non può averne e decide all’ultimo momento di concedersi alla moglie di un uomo sterile, giusto per lasciare una traccia di sé (sic! sic! sic! sic!); lui che, sempre in quanto omosessuale mosso da cupio dissolvi, percorre i sotterranei di una dark room seguendo un biondino in cerca di soddisfazioni martirologiche, accompagnano da un non diegetico coro sacro di Arvo Pärt (sic!²); lui che, giunto alla fine, atteggiandosi a Von Aschenbach, si sdraia su una spiaggia affollata, si rivede bambino (ma va?), il tempo passa, i bagnanti se ne vanno, il sole tramonta sul suo volto pietrificato dalla morte…(sic!³). Tonfi di stile che nemmeno il peggior Zeffirelli per il primo, clamoroso fallimento di un regista tutt’altro che disprezzabile.

Manuel Billi
Voto: 3



Rieducazione sentimentale

Dopo il fiacco Swimming Pool e lo stupefacente 5x2, con Le temps qui reste François Ozon - l’enfantprodigedelcinemafrancese – affronta il tema della malattia che conduce alla morte, confezionando un film di struggente dolcezza e sottile ambiguità. Con esemplare sobrietà, il cineasta parigino si guarda bene dall’esibire il dilagare del male e lo strazio dell’agonia, concentrandosi invece sulla dolorosa presa di coscienza della morte imminente di Romain (un Melvil Poupaud assolutamente credibile, il che equivale a perfetto), trentunenne fotografo di moda a cui viene diagnosticato un tumore disseminato e inoperabile. Tre mesi di vita, forse un mese, un anno, chissà. Materia difficilissima da trattare, quasi proibitiva, non è chi non veda. Ebbene, astenendosi da soluzioni ricattatorie ed espedienti lacrimosi, Ozon riesce a manipolarla decisamente bene, descrivendo il ripiegamento affettivo di Romain con estrema durezza (il dialogo iniziale col medico è emblematico in questo senso), ma impedendo all’asciuttezza stilistica di degenerare in arido cinismo o indifferenza estetizzante. Assistito dalle luci diafane della fida Jeanne Lapoirie (8 donne e un mistero, Sotto la sabbia, Gocce d’acqua su pietre roventi), Ozon raffredda la morbosità della materia senza tuttavia privarla della sua drammaticità: il percorso verso la morte di Romain si trasforma dunque in una vera e propria rieducazione sentimentale, in una sofferta e toccante apertura affettiva. La carezza al padre (un trattenuto Daniel Duval), la visita alla nonna (Jeanne Moreau, sublime) e la telefonata alla sorella (Louise-Anne Hippeau) si caricano così di un’intensità supplementare, di un coefficiente di irripetibilità in grado di mettere in circolo idee sotterranee nello spettatore. È vero, non mancano cadute di tono (la goffa sequenza del parco, le ingombranti visioni infantili) e forzature narrative (la brusca richiesta della sconosciuta all’autogrill – una Bruni Tedeschi celestiale - e l’improvvisa ricomparsa di Sacha - uno scialbo Christian Sengewald), ma è costante la sensazione che ogni stecca sia misurata, ogni sbavatura controllata. E questa sensazione finisce per conferire una tonalità irrequieta alla pellicola, una sorta di spiazzante obliquità emotiva che, agli occhi di chi scrive, rappresenta un prezioso valore aggiunto. Tra i numerosi momenti di cinema cristallino, due meritano senz’altro la citazione: i particolari del corpo di Sacha dormiente (quasi studi su un écorché) e la penultima inquadratura, un campo lungo di più di un minuto sulla spiaggia che si svuota, soltanto il corpo di Romain sull’asciugamano resta in campo. Se era un trabocchetto, è stato bellissimo cascarci.

Alessandro Baratti
Voto: 7



Dietro il vetro

Senza abusare delle parole (l’autore non sbaglia mai un dialogo), eliminando alla radice il pericolo di inopportune derive letterarie e puntando sull’aspetto umano del dolore, guardandolo dritto in faccia, crudamente e senza effettismi, Ozon gira un film dei suoi, nudo, scabro, che, sondando il vissuto e le contraddizioni di un uomo, mette in luce, di rimando, le storie delle persone che gli gravitano intorno, anche casualmente (cfr. Cinqueperdue). Nel confronto con il proprio passato, attraverso il Romain bambino - che sembra già portare con sé le insicurezze, le paure e il triste destino dell’adulto -, nell’incontro con le persone che hanno contato nella sua vita, nella riscoperta dei propri personali posti delle fragole, Romain, lasciata da parte quella fetta mondana di vita, trascurabile ed esibita, che aveva segnato il suo distacco da ogni affetto e sentimento vero, tende alla completa accettazione del suo destino attraverso la tormentata riconciliazione con l’altro, con l’esistenza e con se stesso (l’ex gli chiede se ha incontrato qualcuno e lui risponde affermativamente: sta dicendo, in fondo, la verità). Al secondo capitolo di una trilogia di morte che ha in Sotto la sabbia il suo primo atto, Il tempo che resta è un film che si ricollega direttamente al passato “corto” del regista (La petite mort in particolare), un’opera dolente, mai compiaciuta, in cui il regista conferma quel suo peculiare sguardo sul quotidiano, equilibrato e mai invasivo, discreto eppure empatico (d’ora in poi: ozoniano) che è ciò che più di ogni altra cosa ci fa amare il suo cinema. La realtà è pudicamente sottovetro, vicina e lontana, ma tutto quello che vi pulsa dentro si percepisce distintamente: l’abbraccio commosso al padre, la tenera confidenza con la nonna, la riappacificazione a distanza con la sorella, il tentativo di riavvicinarsi all’ex compagno che fallisce solo per la tenace eppure tenerissima risolutezza di Romain di preservarlo dalla straziante verità: frammenti solenni, spaccati anche istantanei, situazioni stralciate, non necessariamente esaurite in immagini, che compongono un mosaico toccante, scevro da sentimentalismi (l’amato melodramma traspare in filigrana come traccia primaria ma è ibernato, sublimato al massimo grado), che vede il protagonista, alle soglie della Fine, concedersi gradualmente alla vita che si esaurisce, passando dal reciso rifiuto alla pacata rassegnazione.
Nonostante l’evidente percorso a tappe il film mantiene una fluidità miracolosa grazie anche al rimarchevole apporto attoriale (Poupaud regge magnificamente il film sulle sue spalle, avendo la mdp puntata addosso praticamente per tutta la sua durata). L’ultima scena (ancora una spiaggia…) è il sigillo magnifico impresso a una pellicola di raro rigore (il primo “scope” del francese) che vive delle solite perspicue intuizioni visive e di una scrittura sopraffina, dimostrazioni ennesime dell’enorme talento di un cineasta che non smette di stupirci.

Luca Pacilio
Voto: 8



COMMENTI
A rebours

Lo sguardo "inverso" di Cinqueperdue ritorna in un'opera con cui Ozon sembra sfogliare l'album della propria carriera, evocando in particolare la stagione dei cortometraggi: Pacilio nota le affinità con La petite mort, ma le citazioni coinvolgono anche altri film, da Victor (la scena di sesso a tre) a Une rose entre nous (l'incursione nella dark room), a Regarde la mer (la Natura calma, opulenta e crudele che popola i ricordi del fotografo). Come tutti i protagonisti di Ozon, Romain è un solitario, un osservatore della vita che non smette di pianificare la propria esistenza (o quel che ne resta) ed è al tempo stesso perfettamente consapevole della sostanziale inutilità dei propri sforzi, ma la certezza del fallimento non lo rende meno determinato nel suo (agli occhi degli altri) incomprensibile agire. Se per la Marie di Sotto la sabbia l'assenza del cadavere del marito rende possibile un misurato abbandono alla follia della rinascita, la certezza della morte imminente permette a Romain di ricostruire il passato, scoprendovi i germi di un futuro immaginato. Nessuna illusione è possibile, la rosa è già appassita (vedi la prima/estrema scena di Cinqueperdue) ma il suo profumo rimane nell'aria e pervade gli ultimi istanti di vita (il sole, compiuto il proprio apparente corso, svanisce raccogliendo il respiro di un Romain definitivamente solo: non da oggi ci è nota la commovente sintesi dei finali ozoniani). Indietro non si torna, non si può andare avanti: la consueta gabbia, invisibile e inesorabile, si chiude attorno a Romain. La sua morte, come per il Franz di Gocce d'acqua su pietre roventi e il Marcel di Otto donne e un mistero, è una liberazione, ma, a differenza degli altri due, Romain muore felice. Come l'Alice di Amanti criminali, non muore per amore, ma con amore, un sorriso sulle labbra.

Stefano Selleri
Voto: 7.5




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