A BIGGER SPLASH

(A Bigger Splash )

di Luca Guadagnino
TRAMA

La leggenda del rock Marianne Lane è in vacanza a Pantelleria con il compagno Paul quando arriva inaspettatamente Harry, produttore discografico nonché suo ex, insieme alla figlia Penelope.


RECENSIONI

La piscina è superficie riflettente di Eros (il rapporto sessuale tra i padroni di casa ai suoi bordi) e Thanatos (è il luogo dell’evento mortifero): a Pantelleria l’idillio regna sovrano, è un paradiso di calma che viene intaccato dall’arrivo degli ospiti invasori; Paul e Marianne, nudi, in quell’Eden, non possono esserlo più: l’equilibrio è rotto e la tragedia dietro l’angolo.
Marianne, rockstar ribelle oggi addomesticata dall’amore, è afona: Paul, un passato tormentato alle spalle (un tentativo di suicidio) le ha messo un collare - si insinua -, ma lei è felice di portarlo. In compenso Harry (un incontenibile Ralph Fiennes), il suo ex in visita con una figlia - Penelope, nota a nessuno -, è loquacissimo e diventa la voce di tutti. Il discografico esuberante e viveur non accetta la tranquilla felicità di Marianne, la rivorrebbe per sé («Verrò in tuo soccorso emotivo» le canta con il falsetto del Mick Jagger di Emotional Rescue) anche solo per la soddisfazione di strapparla a Paul di cui, in tutta evidenza, non nutre alcuna stima e di cui invidia la giovinezza. È una sfida tacita quella che ingaggia con l’amico, una tenzone che lavora sottotraccia, dettata dal disappunto. Perché Harry, cocainomane perso, euforico sempre, anima rock (nostalgica, come la musica degli Stones, sempre a palla) morde la vita, la mastica e la ingoia: è vorace di piacere e molto capriccioso. Si ha costantemente l’impressione che potrebbe scopare tutti, figlia compresa, ma il sesso, che serpeggia costante, nella villa-scenario è accantonato, rinviato, soffocato: i rapporti tra i personaggi sono delineati attraverso un vacuo chiacchiericcio che, celando sottintesi, fa emergere a tratti le tensioni esistenti. Il desiderio serpeggia e non trovando sfoghi, si accumula ai lati in attesa di straripare in forme imprevedibili. Sul triangolo opera intanto un elemento anomalo e alieno, Penelope: imperscrutabile, misteriosa ninfetta, dai sentimenti insondabili, osservatrice instancabile dei giochi dei grandi, è una spregiudicata fomentatrice di tensioni, premeditante (ha mentito da subito sulla sua età) provocatrice.

Come nel film di Jacques Deray La piscina, di cui A Bigger Splash è un remake piuttosto libero (qui la storia si sviluppa secondo logiche molto più sfuggenti e fatalistiche), c’è un’attenzione spasmodica per il corpo divistico (il film del 1969 resta nella memoria soprattutto per questo motivo: per come ha consegnato ai posteri le icone sensualissime di Alain Delon e Romy Schneider): la pelle abbronzata e lucente degli attori, che si mescola alla sabbia, al fango dell’isola vulcanica (l’attività eruttiva dormiente metaforizza tensioni sessuali e violenze primarie), mentre spira lo scirocco che è, romanzescamente, il vento caldo della passione. Il dammuso è un’isola nell’isola: i quattro sono privilegiati che vivono protetti tra i confini del loro piccolo cosmo esclusivo: quando ne escono si impregnano di realtà, sfiorano il dramma dei rifugiati, ma senza esserne veramente intaccati. La legge stessa, del resto, sembra inoperante nei loro confronti. La figura del commissario, che svolge le sue indagini all’interno della magione, rappresenta un’altra invasione del mondo reale, sofferente, ma anche succube del fascino della ricchezza e della fama e che a esse è disposto a perdonare tutto. il finale, che suona come un detour demenziale, in realtà non fa che sottolineare questo aspetto, umano e controverso. E si riconnette all’inizio (lì la massa adorante dei fan della star, al concerto; qui la loro incarnazione individuale ultima: impacciata, deferente).

Con A Bigger Splash (il titolo riprende quello del noto quadro di David Hockney: una superficie d’acqua sconvolta dallo spruzzo di un tuffo, sullo sfondo un’asettica villa, rifugio all’apparenza imperturbabile) riesce il tentativo, che fu già di Io sono l’amore, di condurre in una dimensione narrativa un discorso teorico sul cinema e i suoi luoghi (perché la piscina è innanzittutto questo: un luogo del cinema): stavolta la scrittura è fluida e lo supporta in pieno, aderendo perfettamente all’apparato visivo, restituendo il senso di una situazione, la sua atmosfera morbosa. Tutto quadra: l’ambiente significativo, la varietà di toni e generi (si va dalla commedia, al giallo à la Highsmith, per toccare l’enfasi teatrale - la scoperta del cadavere - e pervenire al farsesco - il già citato finale -), i movimenti di macchina, l’apparato iconografico, tutto si combina naturalmente e senza forzature grazie all’aderente script, tutto funziona dall’inizio alla fine. Anche la sfumatura dei contorni della storia, quei vuoti studiati (cosa è accaduto al lago tra Paul e Penelope?), quel gettare luce ambigua sul passato (i flashback chiariscono le dinamiche in atto fino a un certo punto) sanciscono lo scarto tra ciò che la macchina da presa mostra e un ben più esteso ambito lasciato calcolatamente fuori campo, dunque ipotetico. La riconsiderazione dei testi filmici (molti, da La piscina, dichiarato in partenza, fino a Viaggio in Italia di Rossellini) è vicina al discorso di François Ozon (il direttore della fotografia Yorick Le Saux lega il suo nome a molte opere del regista francese, compresa Swimming pool che sul film di Deray indirettamente ragionava): risignificarli, riportarli all’interno del film non come mortuarie, museali citazioni, non come operazioni intellettuali fini a se stesse, ma come materia viva da convertire in nuovo cinema.

Luca Pacilio
Voto: 7
  
(03/12/2015)




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SangiorgioSaso
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