A TESTA ALTA

(La tête haute )

di Emmanuelle Bercot
TRAMA

Dopo piccoli crimini e manifestazioni di violenza, il giovane Malony viene condotto davanti al giudice: sarà una lunga rieducazione.


RECENSIONI
La guerra di Malony

Il ragazzo terribile Malony conosce subito il sistema educativo: fin da bambino, a causa del contesto inevitabile concretizzato nella madre tossica, compare davanti al giudice dei minori e varca un confine, entra nel dispositivo da cui non si esce. La rieducazione coincide con l’adolescenza e viene scandita da una serie di incontri/scontri: egli incontra Yann/Benoît Magimel, suo educatore e riflesso, versione successiva di un sé uscito dal tunnel, ai poli opposti della stessa barricata e insieme ipotesi di un futuro, Yann come possibile Malony di domani. Incontra Florence/Catherine Deneuve, giudice umano che tende la mano, donna di legge che rompe l’etichetta, sostituendo il ruolo istituzionale con la funzione di “portatore di etica”, simbolo di un sistema ostinato che (a volte) sa distinguere la giustizia dal giusto. Incontra Tess/Diane Rouxel, tomboy che è altro suo doppio, propria versione femminile (anche visivamente: lo stesso taglio) e metà platonica, alter ego più riconciliato che delinea un amore plausibile perché - anch’essa - permette di vedersi nel futuro. E incontra, soprattutto, se stesso. Messo allo specchio dal meccanismo rieducativo, tra colloqui imposti e punti sul proprio essere, Malony è costretto gradualmente a guardarsi: si muove tra la stasi di una condizione, risucchiata dal riflusso di violenza, e lo sforzo di progredire per alzare la testa, luogo del pensiero.

Emmanuelle Bercot incide l’affresco di un adolescente segnato dalla provenienza, una banlieue, con la stessa canzone de L’odio (Assassin de la Police), e disegna il cammino verso la luce che illumina il suo volto, già suggerito dal titolo: entra in tribunale col viso in ombra nascosto da un cappello, figlio senza padre, esce scendendo le scale nel sole, padre di un nuovo figlio, in un percorso circolare e umanista. Nel tragitto c’è la sostanza: più La guerra di Mario che Mommy, perché qui la madre è solo una forma, ma c’è una guerra interiore sempre in atto per vincere se stesso. La regista inserisce nel tessuto realista stereotipi “letterari”, come un incidente d’auto o una ragazza incinta, che aprono spazi di sentimento dentro la burocraticità del sistema: attraverso la frequentazione del topos scoperto (l’amore, l’amicizia) il sentire dei personaggi spacca la superficie, fugge in avanti rispetto alle leggi che lo regolano. Nelle molte dialettiche addomesticate (uomo/donna, giudice/educatore ecc), quindi, sono i frammenti che sfuggono quelli devastanti come il primo rapporto tra Tess e Malony, intreccio complesso di durezza, fisicità e presagio di una coppia. Film a tappe, dal simbolo pesante, ripiegato sui suoi forti contrasti, La tête haute si riscatta per ciò che suggerisce tra le righe, per la traccia struggente che consegna: non è il sistema che funziona ma l’uomo, il rito ufficiale è sostanziato solo dall’intervento dei nostri sentimenti. Alla fine Malony esce dall’inquadratura, che si ferma sul tribunale ma non vi aderisce: col fuori campo il giovane “supera” la formalità del palazzo, dunque può essere libero.

Emanuele Di Nicola
Voto: 6
  
(20/11/2015)




Di NicolaPacilioSangiorgio
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