CORPI

(Cialo )

di Malgorzata Szumowska
TRAMA

Janusz, procuratore, vedovo, rinviene cadaveri per mestiere; sua figlia Olga non ha superato il lutto per la perdita della madre e soffre di disturbi alimentari; Anna, sua terapeuta, sembra possedere qualità medianiche. Nella Polonia odierna, animalista, antiabortista, spiritista.


RECENSIONI

«I polacchi credono ai fantasmi» afferma in un'intervista Malgorzata Szumowska, Orso d'Argento per la regia a Berlino ex-aequo con Aferim! Di Radu Jude per Corpi, titolo quanto mai materiale per un film che scomoda gli spiriti, tanto che -sempre Szumowska- «avrebbe potuto chiamarsi Anime», non suonasse pretenzioso.
Ed è un'intercambiabilità interessante, che asserisce il legame fra corpo e incorporeo con inedita levità, lasciando il mistero al mistero e attraversando il quotidiano in quanto tale, un po' compreso, un po' accettato, un po' incomprensibile.  Perché di fatto la questione non è troppo chiara ad alcuno e la relazione tra spirito e materia spalanca filosofie millenarie tra l'incontenibile e l'inafferrabile.
Il film ha il merito immediato di non dedicarsi ad alcuna morale, di non addensarsi attorno ad alcuna filosofia, nuova o risaputa, ma di relazionare corpo e forse spirito in una dinamica contenitore-contenuto asettica e incostante, in cui interagiscono figure umane vive-morte-morenti, quasi spiriti, forse corpi. Il merito, in realtà, sta nel farlo con una distanza, un sorridente distacco logico, talora un brio, che non sconfinano mai nel vacuo, nel vivisezionistico, nel bieco cinismo.
Ne risulta dunque un discorso che, se non assume alcuna posizione definitiva, né va a caccia di grandi argomentazioni, lascia intravedere il proprio punto di vista con un sorriso da commedia installato in un deciso, quotidiano dramma che non fa troppi altri sconti alla propria durezza.
Siamo in una Polonia releagata a sfondo e a cenni -televisione, volantini, dossier, frasi di passaggio, notizie di cronaca- vissuta invece nel privato, domestico, ospedaliero, lavorativo, come in una scatola con intorno una nazione, dove si vive e si muore, forse si torna.

È proprio questo passaggio interno-esterno, percepibile ma bloccato in un geometrismo netto delle inquarature e degli spazi, che si definisce l'idea di corpo, di involucro, che si presta dunque a “contenere” (ospitare, nel caso del medium), ma per questa stessa ragione si presta anche a restare involucro. L'osmosi fra mondo materiale e mondo spirituale porta con sé la controindicazione di non distinguere più il vivo dal morto, «non ho alcuna certezza su chi fra voi sia vivo e chi sia morto», afferma il lettore durante la conferenza spiritualista e, per paradosso, il suo pubblico ride mentre lo scettico Janusz resta serio -soluzione che garantisce la comicità alla rovescia-, sguardo esterno di chi per lavoro fa coincidere il morto col cadavere, cosa che riduce notevolmente le incertezze del caso.
Tuttavia, accade che, con estrema naturalezza, un cadavere si alzi in piedi e abbandoni la scena del rinvenimento.
Ammesso che in un film un morto sia veramente morto, ci sono due ragioni non miracolose per cui debba rimettersi a camminare: cenni di zombie movie; uscita dell'attore dal personaggio. Ed è quindi probabile che il morto non fosse veramente morto, perché in effetti recitava. Lo scambio interno-esterno potrebbe dunque estendersi, senza intellettualismi di sorta, fuori dallo stesso film, dal corpo-film, al corpo-attore, al cadavere-spettatore: l'inquadratura dal punto di vista di un'orribile scena del crimine non ce la mostra ma, nel censurarla, ci mette al suo posto, ridefinendoci a tutti gli effetti come momentaneamente deceduti.
Ben oltre, dunque, la tematica del disturbo alimentare che pure occupa la sua buona parte nel film, il discorso corporeo è un discorso di scambio fra vita e morte, fra sociale e privato, fra dramma e commedia. Visivamente e spazialmente, si sviluppa tra il bianco ospedaliero delle pareti e l'insistente verde di piante ornamentali e cornici boschive, candore nebbioso nell'aria, interni rabbuiati di vite condominiali: un effetto serra interiore.
Allo svuotamento bulimico di Olga, si contrappone il corpulento padre e, figura centrale di una seduta spiritica inconcludente, l'equilibrata Anna, che vive sola ma ha un cane enorme che compensa già benissimo una presenza umana. L' “inconcludente” è poi relativo, perché «chi ama non è mai malato», dice Anna citando il medium brasiliano Divaldo Franco e, se può esser vero, il morto evocato non appare, ma in compenso Anna scompare lasciando soli padre e figlia finalmente conciliati e la fotografia concede una calda luce aurorale. Guariti? Malati? Felici? Di certo, amorevolmente uniti nella melodia di You'll never walk alone di Gerry and the Peacemakers.
È il bello del finale aperto (all'interpretazione) di un film che merita almeno una visione (personale).

N.B.: merita una nota l'exploit musicale danzato dall'anziana fumatrice in lingerie antisensuale al suono di W Bikini della band polacca Republika, quasi degno del Tanze samba mit mir in Gouttes d'eau sur pierres brûlantes, Ozon.

Alessia Astorri
Voto: 7
  
(18/11/2015)




AstorriBertozziFeolePacilioSangiorgio
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