ANOMALISA

(Anomalisa )

di Duke Johnson, Charlie Kaufman
TRAMA

Michael Stone durante un viaggio d’affari di routine incontra un’estranea che cambia la sua visione del mondo.


RECENSIONI

Michael Stone arriva da Los Angeles, per un solo giorno, a Cincinnati (lo zoo di Cincinnati è a misura di zoo) dove terrà una conferenza: è autore di un libro il cui titolo-vertigine dice molto del suo autore, How May I Help You Help Them?, che illustra i modi di incrementare la produttività nell’attività di servizio clienti. L’impersonalità dell’albergo che lo ospita rappresenta la sua condizione esistenziale messa metaforicamente a nudo, un angosciante spazio mentale: la permanenza all’Hotel Fregoli, lontano dalla sua famiglia, segna la consapevolezza della distanza che lo separa dal mondo, di quanto solo e disperato sia.
Il film rappresenta dunque un’esperienza personale osservata da una prospettiva privilegiata: quella del protagonista. Così, coloro con i quali questi agisce, essendo figli dichiarati del suo punto di vista, parlano tutti con la stessa asettica voce, hanno tutti lo stesso volto, costituiscono, per lui, incapace di intrattenere relazioni autentiche (lo stesso lavoro che svolge – quello con la clientela – si fonda sulla massima mistificazione del rapporto umano), una massa indistinta. La sua incapacità di discernere si manifesta a ogni livello: così, in cerca di un giocattolo da regalare al figlio, sviato dalla parola toy, capita in un sexy-shop e compra lì un inopportuno dono. L’eccezione allo stato paranoico è Lisa - la donna incontrata per caso in albergo - che sfonda la sua parete solipsistica e si presenta come Altro, rappresentando, finalmente, l’evasione dall’invadente depresso Sé: l’amore. L’amore è un’anomalia e Lisa la incarna: la persona che ci attrae ha una voce e un aspetto diversi, si distingue da tutte le altre, fa scomparire tutte le altre. Michael trova Lisa e non vuole perderla, poiché perde sempre tutti. Ma l’amore è un’esperienza fugace e transitoria e quando l’uomo entra in un discorso relazionale con la ragazza, meno estemporaneo e più ragionato, improvvisamente Lisa comincia a uniformarsi alla massa, non è più cosa Altra da lui, è parte della solita, opprimente visione delle cose.

Anomalisa è un film in cui l’animazione in stop motion non rappresenta solo una scelta estetica, ma risponde profondamente alle ragioni d’essere dello script, perché è attraverso questa tecnica che si riesce a renderne in pieno l’idea fondante: quella di personaggi proiettivi che si presentano tutti con la stessa fisionomia, traducendosi in tal modo la condizione del protagonista e il mondo narrativo quale sua emanazione personale, dunque popolato da individui “disumani”, visti come entità seriali, robotiche.
Passando dal palcoscenico al cinema (il film nasce da un lavoro teatrale di Kaufman del 2005 che veniva rappresentato in combinazione con un altro sound play scritto dai fratelli Coen: di esso conserva anche gli interpreti principali) si è ritenuto di utilizzare ogni mezzo per dare sostanza ed efficacia al nodo principale della storia [1]. L’animazione si presenta da un lato dettagliatissima, un’opera di attenta stilizzazione e cura di particolari, con ragguardevoli effetti di realismo, dall’altro queste caratteristiche entrano in voluto contrasto con quello che è un dato evidente delle figure: la palese maschera che ne uniforma i volti.

Ancora una volta quello che seduce del lavoro "anomalo" di Kaufman è il suo immergersi in un’Idea profondamente autoreferenziale: proprio per questo intrinseco autobiografismo i suoi script suonano così indisciplinati, imperfetti, strabordanti (il sogno kafkiano); con essi si entra facilmente in empatia (o al contrario, li si detesta) perché è semplice individuare la sostanza dolente della quale sono fatti, condividerla o rigettarla. Sono opere frutto di viaggi accidentati, incursioni nel soffocante caos interiore in cui niente può essere programmato e i cui esiti non possono essere calcolati in anticipo, essendo l’esistenza sia tema che parte in causa di un gioco narrativo. In tal senso sfilacciature, divagazioni, ruvidezze sono parte della carne viva dell’opera, non scartabili, dunque, non enucleabili, non prescindibili. In questo si rinviene l’unicità e il fascino del suo approccio (il cinema, narrando come finzione la vita, diventa linguaggio di verità) e la necessità che lo spettatore stringa con il film, quale testo apertissimo, una sorta di patto: abbandonarsi alla sensazione, non cercarne un significato ultimo e autentico. Indossare l’opera e farla propria, trovandone un senso, al contrario, individuale, personale.
Gran premio della Giuria alla Mostra di Venezia 2015.

[1] Charlie Kaufman: «Attraverso il meticoloso processo dell’animazione in stop-motion, abbiamo avuto la possibilità di esplorare gli aspetti minimi, intimi e insignificanti con un’attenzione precisa per il dettaglio. È stata concepita, coreografata, eseguita e fotografata ogni frazione di secondo in modo separato. Un film che si sarebbe potuto terminare in due settimane con gli attori, è stato girato con i pupazzi in due anni. Grazie a questa collaborazione ardua e intensa con gli attori che hanno dato la propria voce, gli animatori, gli artisti e i tecnici, abbiamo potuto vivere intensamente all’interno di ogni personaggio in ogni momento del film, esplorandone la disperazione, la solitudine e i tenui e fragili rapporti».
Luca Pacilio
Voto: 8
  
(10/11/2015)




BaronciniBellucciBertozziBilliCompianiDi NicolaFavaraFeole
7 8 8 8 7 8 7 7.5
PacilioRangoni MachiavelliSangiorgioSasoSelleri
8 8 8 7.5 8

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