LIFE

(Life )

di Anton Corbijn
TRAMA

Il fotografo Dennis Stock incontra il debuttante James Dean a una festa in casa di Nicholas Ray. Colpito dal giovane, decide di proporre alla rivista Life un servizio sull'astro nascente che non sia la solita agiografia pubblicitaria.


RECENSIONI

Life non è un film su James Dean, ma su un’intuizione, quella di Dennis Stock che avvertì da subito l'odore della leggenda addosso a quel ragazzo fuori dagli schemi hollywoodiani nei quali si cercava di costringerlo (Jack Warner che intende stritolarlo: inserirlo nel sistema). Protagonista è il fotografo, non l’attore (la luce rossa della camera oscura, l’immagine iniziale, chiarisce subito quale sia la prospettiva privilegiata): e così Robert Pattinson (sempre di più un attore da amare: un che di marcio che intacca lo schermo) ricopre il ruolo di Stock e il meno conosciuto Dane DeHaan (interpretazione di rara sottigliezza la sua - la si guardi in originale -) incarna il divo. È utile ricordarlo: il regista Anton Corbijn, oltre a essere un videomaker che ha fatto la Storia, è anche fotografo tra i più celebrati degli ultimi anni e narra con consapevolezza piena - lui che le star le ha immortalate tutte e tutte in contesti non convenzionali, che poco avevano a che fare col palcoscenico, il set e il ruolo che esse incarnavano - in che modo un ritratto può testimoniare l’immaginario di un’intera epoca.

Dunque Dennis Stock riconosce in James Dean la futura icona e James Dean crede di riconoscere in lui un amico: è un incontro di anime insoddisfatte (le origini umili e la voglia di riscattarsi), di spiriti in conflitto (il fotoreperter che vuole essere un artista che propone un servizio per LIFE all’attore che non vuole essere un divo, non secondo le regole), ma è anche un evento che si consuma in una frazione di tempo limitata (quella che precede il successo di entrambi), ché quella del mercato e della celebrità in progress è la logica imperante dell’incontro.
Dennis intende raccontare James Dean - il ribelle che scalpita, il campagnolo che proprio non ce la fa a vendersi come si deve -  attraverso una sorta di film-album da sfogliare. È quello che fa anche Corbijn che aggiunge movimento, un filo narrativo che lega quelle immagini al loro making of, un trancio di vita vissuta allo shooting storico che oggi tutti conoscono: così sotto l’occhio di un obiettivo (quello del cineasta che, maniacalmente, compone quadri su quadri, epurandoli da qualsiasi riflessione sottintesa: cristallini, rigorosissimi e, come le istantanee di Stock, congelamenti di una realtà che si sa deperibile - «Everything is changing so fast» dice James -) c’è il rapporto tutto da decifrare tra il fotoreperter e il suo modello, tra commercio e arte, tra immagine pubblica (l’apparenza, una fama che sta per arrivare) e spirito umanissimo (il dolore irrisolto).

Anton Corbijn gira un film visivamente straordinario che trattiene ogni emozione nell’immagine, rende Life un toccante tour de force di volti, non riproduce l’epoca in termini puramente scenografici, ne spilla l’essenza attraverso il taglio visivo (come in Control - film gemello su un’altra anima torturata - parabola, quella dei Joy Division, che non poteva che essere girata in bianco e nero). Ancora una volta propone due personaggi solitari e anomali, mosche bianche nel loro ambiente come la spia di A Most Wanted Man, il sicario di The American e, appunto, lo Ian Curtis di Control: Dennis Stock: un matrimonio disastrato, un figlio che a stento conosce; James Dean: provinciale e  purissimo, un angelo rock che annuncia una rivoluzione in un ambiente di avvoltoi. Il regista non deve sottolineare o significare nulla: basta quel vomitare di Dennis addosso al figlio (scena fulminea, ma tra le più devastanti viste di recente al cinema) a dare uno spaccato tragico della sua esistenza, basta quel confuso balbettare in conferenza stampa (la rottura con Anna Maria Pierangeli appresa da un giornalista) a suggerire le dimensioni del baratro mediatico nel quale l’innocenza di Dean sta per precipitare. E il viaggio nell’Indiana, il ritorno alle radici (la reinterpretazione a favore di macchina delle stesse) - Verità e Ricostruzione di Stock, Verità e Ricostruzione di Stock ricostruite da Corbijn - ribadiscono questo fortissimo, tesissimo, densissimo rapporto come riflessione presagica sul senso ultimo della fama, e quel servizio fotografico come provvidenziale consegna dell’icona Dean ai posteri, ai confini ambigui dell’autenticità. James Dean (come Ian Curtis) è un fantasma che attraversa l’intero film; impossibile non pensare a quanto gli accadrà: la sua morte è, agli occhi dello spettatore, parte di quel trancio di vita (life, certo: breve). Nella scena in cui il giovane gioca col cuginetto con il modellino di una spider corre un brivido definitivo. E lacrime scorrono in quel monologo interiore dell’attore oramai lanciato (ha ottenuto il ruolo per Gioventù bruciata), mentre l’aereo lo conduce verso il suo destino senza ritorno.
Jimmy: Uomo e Mito dentro la stessa foto; vita e rappresentazione della stessa dentro e fuori da Life, film vertigine.
Cameo di Anton Corbijn. Nella parte di un fotografo.

Luca Pacilio
Voto: 8.5
  
(21/10/2015)




BaronciniBellucciDi NicolaPacilio
5 8 6 8.5

Back