CENERENTOLA

(Cinderella )

di Kenneth Branagh
TRAMA

Rimasta orfana nella propria casa, Ella sopporta con coraggio e gentilezza i capricci e le crudeltà della matrigna e delle sue sciocche figlie. Finché un giorno, nella foresta, incontra il principe.


RECENSIONI

Regista da sempre a suo agio con l'archetipico, Kenneth Branagh dirige con devozione fastosa e festosa una Cenerentola live action che per la sua fedeltà alla tradizione letteraria (Perrault) e cinematografica (Disney, qui anche produttore, e Hollywood) è in controtendenza rispetto ai recenti stravolgimenti dell'immaginario fiabesco. «La verità» - ha dichiarato il regista - «è che quando ti allontani dall'originale guadagni in effetto ma paghi un prezzo alto. Perdi parte della grande ricchezza del testo. Una grandezza collaudata nei secoli e alla quale difficilmente si può aggiungere altro».

Le fiabe, scriveva Italo Calvino, «sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna», e Branagh, attraverso una rappresentazione che predilige i contrasti elementari e che satura le zone reticenti dell'archetipo (sicuramente tra i meno cupi del repertorio fiabesco), trova l'universale Cenerentola risolvendo il dilemma identitario e particolare di Ella (Lily James, bellezza in perfetto equilibrio tra etere e carne): può una semplice ragazza di campagna trasformarsi in principessa, può una «servetta» diventare una regina? "Naturalmente", risponde la lucertola che la magia (fiabesca e cinematografica) ha trasformato in valletto. Così le forme spontanee di Ella resistono a quelle confezionate delle sorellastre e della matrigna: i colori chiari e tenui, i movimenti aggraziati alle patacche accese, ai contorni oscuri e spigolosi, agli scatti scomposti e affettati. Ella osserva l'altro per imparare e una soggettiva completa il suo primo piano; la matrigna sorveglia ciò che le sfugge e la sua immagine è scomposta e differita da visioni parziali. Da questo semplice e compatto «catalogo» di evidenze contrastate, Cenerentola, che ha ereditato dalla madre una gentilezza che «dà un grande potere e dà magia», emerge (grazie al digitale) come breccia luminosa incarnata e si affaccia sul mondo attuale come corpo (super)eroico (la scena della vestizione è la versione incantata e contemplata della popolare trasformazione della Wonder Woman televisiva) che sacrifica se stesso per l'altro preso d'assalto da forze snaturate dall'inerzia.

Dopo Thor, Branagh torna a insistere sulla magia (e su un'idea di cinema) come facoltà di vedere il mondo «non come è ma come potrebbe essere»: se Cenerentola - e in parte Thor - scopre se stessa attraverso la visione e l'affrancamento di percorsi inediti, Loki e la matrigna sfruttano il sotterfugio per assoggettare e barricarsi dietro una difformità narcisistica che distanzia e confina. In particolare, quello della matrigna (una Cate Blanchett a tratti gigionesca che indossa bene le smorfie della sofferenza), attualizzata sintomaticamente in una figura granitica che ha ripudiato il sentimento per la contrattazione, è il nome sotto il titolo protagonista dell'altro incipit («Tanto tempo fa c'era una bellissima, giovane donna...») con cui - come nella Biancaneve di Tarsem Singh - Lady Tremaine tenta di deviare il destino della futura principessa e di volgere la fiaba in tragedia. L'interrogativo di Cenerentola («Perché siete così crudele?») che strozza le parole in bocca alla sua aguzzina («Perché tu sei giovane e innocente e buona e io...») non trova però una risposta nel lieto fine e può solo lasciar intravedere l'ombra lontana e trasversale di un odio arbitrario contro la purezza che altrove e in altre storie (ad esempio nel Billy Budd di Melville) aveva portato al naufragio dell'umanità.

La fiaba non può certo soffermarsi su un fallimento del genere: deve invece alludere in ogni suo periodo o inquadratura alla via della trasformazione profonda, alla piena corrispondenza fra salvezza dell'io e rigenerazione del mondo. E Branagh, a rischio dell'abbaglio, con questa Cenerentola palpitante e luminosa, questa Ella che sboccia per effetto speciale in sogno collettivo - e che nell'era della rivisitazione coatta e della malizia cinguettata ha avuto il coraggio di impugnare per tutto il tempo le sole armi della gentilezza e della comprensione -, dimostra di essere stato un attento ascoltatore del mito.

Camilla Bartolini
Voto: 6.5
  
(02/04/2015)




BartoliniDi NicolaRangoni MachiavelliSangiorgioSaso
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