IL NOME DEL FIGLIO


di Francesca Archibugi
TRAMA

Paolo e Simona aspettano un figlio e sono invitati a cena da Betta e Sandro, sorella e cognato di Paolo. Il figlio, pare, si chiamerà Benito. Pare.


RECENSIONI

Tratto dalla pièce Le prénom, di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, e quindi (proprietà transitiva) remake di Cena tra amici, Il nome del figlio ci dice qualcosa della Archibugi e del qui e ora del cinema italiano. Della Archibugi ci dice che ha saputo risollevarsi dal tonfo clamoroso delle Lezioni di volo. In realtà, anche Questione di cuore segnava un passo in avanti, ma dopo un precedente del genere era davvero troppo facile, dunque poco significativo, fare qualcosa di meglio.

Il nome del figlio, si diceva, rappresenta forse la rinascita della Archibugi ma conviene fare subito un paio di considerazioni. La prima è che il film è molto fedele all’originale. Molto. Dunque gli deve anche molto. Nel senso che, per farsi un’idea, la sostituzione del nome Adolf con quello di Benito fa capire – forse anche intenzionalmente – quale sia stato il tipo di adattamento riservato alla fonte: marcata fedeltà di fondo con la dovuta italianizzazione del caso. I caratteri si fanno dunque ancora più marcati e gli scontri di personalità diventano contrasti sociopolitici che parlano dell’Italia di oggi: l’intellettuale è un intellettuale di sinistra un po’ pedante, consapevole e/ma disilluso, il destrorso è la nuova destra disinteressata alla politica (non vota), che parcheggia il megasuvnero nei posti riservati ai portatori di handicap. Il primo è quello con cui la regista e il pubblico elettivo del film sono portati a identificarsi di più, dunque conviene renderlo un po’ antipatico per bilanciare l’istintiva antipatia per il secondo, che invece viene ritratto con una certa accondiscendenza di fondo pronta a sfociare nella simpatia vera e propria. Come da copione, insomma.

Del cinema italiano, invece e infatti, il film ci dice che Paolo Virzì è ormai un nome/classico a cui ispirarsi e riferirsi, a diversi livelli. La seconda considerazione riguarda così la presenza di Francesco Piccolo alla sceneggiatura e di Virzì come produttore associato. Perché è importante? Perché Piccolo ha co-scritto tre film di Virzì e Virzì è Virzì, ossia, insieme a Francesco Bruni, il regista che ha ridato un senso alla Commedia All’Italiana. E ne Il Nome del figlio, il nome di Paolo Virzì si sente. Si sente nella volontà di inquadrare i personaggi in pochi secondi cercando, fin da subito, di problematizzarli, si sente nel tratteggio di psicologie che si fermano a un passo dal(lo stereo)tipo, si sente nella citata volontà di parlare comunque dell’Italia e degli italiani, si sente nel tentativo di arricchire il materiale narrativo (i flashback, assenti nell’originale, invero superflui, che rompono l’incanto delle tre unità aristoteliche) si sente nella progressiva de-commedizzazione della commedia e si sente anche da piccoli/grandi segnali in qualche modo più espliciti: il personaggio della Ramazzotti (un’altra delle poche, vere deviazioni da Le prénom) è virzìano fino al midollo ed è figlio legittimo di Anna de La prima cosa bella, scritto non a caso da Virzì, Bruni e Francesco Piccolo.

Nonostante la Archibugi professi l’invisibilità della regia, ché non si deve rubare spazio al resto, qui tenta qualcosa in più, a cominciare dal complesso dolly iniziale, molto "esibito", per passare dagli inserti girati dal drone, per i quali ci si aspetterebbe una rilevanza narrativa che invece non arriva mai. Attori, come si dice, in parte, anche se Lo Cascio sembra crederci un po’ troppo. Ruffiano ma tutto sommato perdonabile il videoclip di Dalla Telefonami tra vent’anni.

Gianluca Pelleschi
Voto: 6
  
(12/03/2015)




FeolePelleschiTurrini
4.5 6 5

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