BIG HERO 6

(Big Hero 6 )

di Don Hall, Chris Williams
TRAMA

Il giovane Hiro Hamada impara a gestire le sue geniali capacità grazie a suo fratello, il brillante Tadashi, e ai suoi amici particolari: l’adrenalica Go Go Tamago, il maniaco dell’ordine Wasabi No-Ginger, la maga della chimica Honey Lemon e l’entusiasta Fred. Quando una serie di circostanze disastrose catapultano i protagonisti al centro di un pericoloso complotto che si consuma sulle strade di San Fransokyo, Hiro si rivolge al suo amico più caro, un sofisticato robot di nome Baymax, e trasforma il suo gruppo di amici in una squadra di supereroi altamente tecnologici.


RECENSIONI
Go East

Difficile proporsi al pubblico dopo il successo epocale di Frozen, il maggiore incasso nella storia del cinema per un film di animazione (1.275 milioni di dollari). Per farlo la Disney abbandona la favola classica rivisitata, ma non i buoni sentimenti (o presunti tali), e si concentra sulle recenti acquisizioni. Pesca infatti dal cilindro un franchise Marvel poco noto, lo ammanta di bellezza e lo adatta ai palati, poco fini ma esigenti, di un pubblico generalista. Il risultato è meraviglioso dal punto di vista tecnico, con una fluidità, una commistione di colori, un impatto visivo, davvero mirabolanti. Impossibile non lasciarsi travolgere dall’universo di San Fransokyo (sic, incrocio tra San Francisco e Tokyo), con una cura per il dettaglio, nelle scenografie come nei personaggi, che abbraccia il realismo, e l’impossibile lo rende plausibile agli occhi sognanti e avidi di miraggi del pubblico di ogni età. Lo spessore dei conflitti messi in scena è però meno entusiasmante. 

La formula adottata pare infatti quella dell’ “all you can eat”, con il malcelato obiettivo di compiacere il target primario di riferimento, quello che ancora paga un biglietto per vedere un film al cinema: il ragazzino (età 7 - 15), o chi non ha mai smesso di esserlo. Poco male, si dirà, tutti in fondo lo fanno o cercano di farlo. Il fatto è che la manipolazione opera in modo piuttosto smaccato e abbatte gli ostacoli senza troppe sfumature. Cosa sognano i ragazzini? Poter fare tutto quello che vogliono, quando e come gli pare, uscendo dal circolo vizioso di regole, doveri e routine, e allora, paiono dire i creativi Disney intorno a un tavolo con al centro John Lasseter (produttore esecutivo), facciamolo!! Ecco quindi un protagonista imberbe ma genio informatico assoluto che neanche Leonardo da Vinci, capace con la tecnologia di trasformare in realtà ogni suo desiderio. 

Troppi superlativi, però, non favoriscono l’empatia, e allora a lui e ai suoi amici viene attribuita l’etichetta di nerd, rendendoli un po’ impacciati (giusto due secondi), e per dargli uno scopo si buttano lì un trauma e una motivazione forte: un lutto inatteso, qualcosa che non quadra, scoprire la verità, smascherare il cattivo e possibilmente vendicarsi. Con un protagonista - il cui nome, Hiro, si pronuncia esattamente come “hero”, cioè “eroe”, tanto per chiarire le intenzioni - così privo di ombre e punti deboli, tutte le fragilità, o presunte tali, convergono nel co-protagonista, il simpatico e coccoloso Baymax, un incrocio tra Wall-E e Pu di Kung Fu Panda, che raccoglie la sfida di abbinare l’essenzialità del tratto con regole ferree a cui sottostare: è un robot progettato per dare assistenza medica e sanitaria, agisce solo in funzione dello scopo per cui è stato creato e si muove lentissimamente. 

Purtroppo anche in questo caso la sfida la si vince facile, perché con un semplicissimo upgrade il goffo Baymax si trasforma in supereroe potente, invincibile e velocissimo. Non si sottrae a scorciatoie nemmeno la scelta di far scoprire, così, all’improvviso, che uno del gruppo non è sfigato come sembra ma multimiliardario, quindi in grado di risolvere a suon di dollaroni più di un ostacolo che gli amici incontrano sul loro cammino. A questo punto a mancare è la commozione, e allora si infila un atto di eroismo per una contingenza sorta all’improvviso, e senza alcuna logica, e si induce al pianto. Ma anche in questo caso la tristezza non può durare più di una manciata di secondi perché a tutto c’è una soluzione e via, di nuovo in pista verso nuove incredibili avventure. 

Il problema della sceneggiatura non è tanto nel cosa, quanto nel come. Le motivazioni vacillano al primo battito di ciglia e ogni stato d’animo non ha il tempo di sedimentarsi perché incapace di oltrepassare la scansione degli eventi, perfetta, ritmatissima, ma meccanica. Il ragazzino e il suo nuovo amico gonfiabile sono gli unici personaggi minimamente approfonditi, gli altri, dal cattivo, al team di studenti, per tacere della zia, sono appena abbozzati, con l’unica funzione di raccordo e riempimento. Poi, nonostante le emozioni suscitate a comando, il film funziona, scivola che è un piacere e non è difficile abbandonare qualsiasi resistenza per tuffarsi nella magnificenza visiva. Dentro a tanto splendore, però, si riconosce un anime (vedi il character design di Hiro), a dimostrazione di come lo sguardo per esigenze commerciali si rivolga sempre più a oriente, ma si fatica a intravedere anche un’anima. Per i più pazienti, dopo i titoli di coda c’è un cameo, invero non irresistibile, di Stan Lee in pixel.

Luca Baroncini
Voto: 7
  
(26/12/2014)




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